Massimo Bertarelli

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L'ordine imperfetto - Maria Letizia Grossi

Pronti via, prologo raccontato in prima persona. Si passa subito alla terza al passato gestita con un dilettantismo incredibile. Tutto raccontato, infodump, riassunti, salti di punto di vista e inutili avverbi a distruggere la verosimiglianza, incisi tra parentesi, dialoghi lunghi pagine senza reazioni umane. La pazienza incomincia a vacillare presto, poi arriva la botta definitiva a pagina 30. Un ispettore va negli uffici dell’azienda di un indagato, cerca riscontri contabili di manovre finanziarie non corrette. Le trova nel tempo di leggere una riga, non riesce a interrogare il titolare che però qualcosa gli dice, interroga allora gli impiegati ma scopre poco o niente, allora il cervellone con il distintivo ha un’intuizione geniale, sospetta che i documenti compromettenti siano stati fatti sparire. Che fare? Passa dall’altro lato dell’autostrada, lì c’è la sede dell’azienda edile di uno che è stato ucciso. Ancora più velocemente scopre carte e files di un progetto per una commessa dal valore stratosferico. Interroga ancora un po’ di persone, chiama rinforzi per far sequestrare documenti e computer “girando affannato da un ufficio all’altro per controllare che non un solo portatile o un solo foglio sparisse. Quando i tecnici ebbero portato via tutto, si avviò finalmente in qualche luogo ristoratore.” Tutto questo riportato qui sopra riassunto… in meno di due pagine.
Se ben tre persone, citate nei ringraziamenti, che hanno curato l’editing, e l’autrice che si scopre essere docente di scrittura creativa producono testi del genere non fanno altro che, oltre sprecare risorse, allontanare dalla lettura anche quei pochi che vorrebbero continuare a farlo.

Ferro - Gianpietro Vigorelli

Per la serie… ma quant’è bella la prima persona al presente a saperla scrivere? Spiegoni, infodump e riassunti, lettore sbalzato continuamente fuori dal punto di vista, avverbi su avverbi, punti esclamativi a iosa, inserti epistolari, autore che si rivolge direttamente al lettore o che gli nasconde informazioni, assurde sequenze di posizionamento dei dettagli (protagonista davanti a un personaggio inquietante ma… “la prima cosa che mi colpisce sono le pareti completamente foderate di velluto rosso”). La geniale accoppiata autore/editor riesce a produrre anche un festival delle percezioni pleonastiche del tipo: punto di vista che pensa di pensare, cerca di fare, prova a provare, sente di sentire. Lungo riassunto al passato che, senza stacchi, termina in ciò che sta succedendo al presente, seguito subito da un infodump autoriale e nuovo ritorno al presente. I pensieri del protagonista a volte tra virgolette, a volte in corsivo. Potevano non trattare il lettore da deficiente perché a decine e decine di punti di domanda segue un chiedo, domando, domanda e ovviamente dopo le relative risposte c’è rispondo, risponde? Assurde sequenze temporali del tipo: metto giù i piedi dalla macchina e sono tra gli scaffali dell’autogrill. Superpoteri del protagonista che, inseguito, s’infila con l’auto di punta in un androne, si ferma a un niente dal muro, abbatte i ribaltabili e vede “passargli davanti” l’auto degli inseguitori. Incursioni nel porno del tipo Rocco levati che sei un pivellino: sento le vene che si gonfiano, il cazzo cresce a dismisura. Mi chiedo come faccia la sua bocca a contenerlo tutto! Fantastica un’assurda tecnica usata più volte: troncare la narrazione qui e ora per una pausa a effetto, riprenderla dopo due pagine facendola passare per un ricordo narrato al passato in forma di riassunto. Pur non essendo sotto l’effetto di psicofarmaci, un personaggio è davanti a una persona conosciuta e la riconosce dopo ben 12 righe. Dopo innumerevoli situazioni di pericolo o tensione, il protagonista si ricorda solo a pagina 253 di soffrire di colite nervosa. E mettiamoci anche qualche refuso gentile omaggio della casa, dai.
Così iniziano i ringraziamenti finali. “Nasco art director, faccio prima a disegnare qualcosa che a descriverlo a parole. Immaginate la fatica che mi è costata questo libro.” Lo immagino, davvero, la stessa che si fa per finirlo. L’unico che non ha fatto alcuna fatica è stato l’editor.

Io sono il castigo - Giancarlo De Cataldo

Partenza con il botto, prologo raccontato al passato dal narratore invadente. Si continua con una più che rivedibile terza persona al passato. Infodump, riassunti, salti di punto di vista nella stessa scena, inutili avverbi… fino a qui niente di nuovo, vero? Ma siamo al cospetto di un autore rinomato, allora sarà il caso di esagerare, affianchiamogli un editor di peso. Cosa succede? Creare dei personaggi che sembrano delle macchiette. Trovare più di una volta ventitre scritto così. Ma dai, saranno i soliti refusi no? Però, a che pro una valanga di ridicoli incisi tra caporali del tipo: «luogo del ritrovamento del cadavere» – «comando mobile» – «professionista» – «segretaria di produzione»? Che dire del becero utilizzo del tempo narrativo, come: domanda – spiegone autoriale di una pagina – risposta? Dove sono andati a pescare frasi del tipo: indagini su svariati cittadini al di sotto di ogni sospetto – diteggiò sul touch screen? Ma la chicca, imperdibile, sono gli innumerevoli e ridicoli tentativi di prosa aulica. Un assaggio? Cereo – rifulgeva – avvoltolato – sortito sulle sue gambe – trascolorò – valle di lacrime – ribalda giovinetta – umido ciglio – elfo etereo – algore materno – chiacchiera dal sen fuggita – assistito alla concione – fiero cipiglio – l’omarino ne fu stupito. In un caso, forse, l’editor si sarebbe anche opposto, ma di fronte all’autore rinomato cede e lascia che si pubblichi questa bestialità pur di non rovinare l’aulicità del testo: il tubero nel suo notorio senso metafisico.
Che pena, anche Einaudi pur di fare cassa…

Éveline - Marco Scardigli

L’uso della terza persona al presente lascia ampi spazi di manovra al classico narratore invadente che racconta e riassume la storia al lettore. Pertanto non potevano mancare anche i tanti salti di punto di vista, gli inutili avverbi, gli incisi tra parentesi. Buona la caratterizzazione di alcuni personaggi che, con uno stile più accurato, avrebbero creato molta più empatia. Sconcertante trovare, ovviamente alla fine, il trito e ritrito cliché letterario dell’apparizione dal nulla di un fratello gemello. Non mancano anche i refusi.
Una buona storia, tratta da avvenimenti reali, raccontata con una scrittura non adeguata.

Al Giambellino non si uccide - Matteo Lunardini

Una dilettantesca commistione autore/editor origina dalla scelta della terza persona al passato che si alterna spesso con la prima al presente o al passato. Da qui derivano: il lungo spiegone iniziale e non solo iniziale, infodump a raffica, inutili avverbi, salti di punto di vista, abuso dei punti esclamativi, innumerevoli dialoghi che terminano con i tre puntini. Non si sono fatti mancare nemmeno parti descrittive riportate con la punteggiatura dei dialoghi, e inspiegabili cambi di font all’interno dei dialoghi. E l’autore che si rivolge direttamente al lettore? “Lasciate che vi racconti come è andata e poi giudicate voi stessi”. Notevole un lunghissimo dialogo senza pause all’interno di un cinema con la proiezione in corso. Ancor più notevole la preveggenza del personaggio che prova empatia per l’accento abruzzese del suo interlocutore che non ha ancora aperto bocca. Spettacolare l’intrusione nella fantascienza: una ragazza lancia una bottiglia molotov e questa “prese una traiettoria strana, superò l’isolato e scese dall’altra parte.” Tutto questo succede in una zona centrale di Milano costellata da massicci palazzi antichi alti non meno di cinque piani!
Brodaglia senza sapore. Non è un romanzo in quanto inframmezzato da parti saggistiche. Non è un saggio a causa dei tanti inserti romanzati.

Conosci l'estate? - Simona Tanzini

La narrazione in prima persona al presente è quanto di meglio ci sia per creare la massima empatia tra protagonista e lettore. Ciò si innesca quando tutto è filtrato attraverso le azioni, i pensieri, i sensi del portatore di punto di vista. Niente di tutto ciò fa parte del bagaglio stilistico dell’autrice e di chi ha curato l’edizione. Non è un romanzo, è un continuo riassunto. Da qui derivano lo spiegone iniziale, valanghe di avverbi di modo, i verbi di percezione (esempio, il protagonista che vede di vedere), lunghi muri di testo, dialoghi di più pagine senza che nessuno abbia in dono uno qualsiasi dei cinque sensi. C’è addirittura un monologo di 7 righe senza punteggiatura, una cosa che “Enzo Maiorca, pivellino, levati”.
Da una rinomata casa editrice non ci si aspetta una pubblicazione del genere.

L'ultima mano di burraco - Serena Venditto

La già di per sé non ottimale scelta di una narrazione in prima persona al passato, unita a un poco professionale editing, quale risultato potevano produrre? Per esempio partire fin dal prologo, e via via fino alla fine, con l’autrice che si rivolge più volte direttamente al lettore. Le tante parti raccontate, gli infodump, gli inutili avverbi. Gli incisi tra parentesi. Le anticipazioni di eventi successivi. Tentativi di utilizzo di prosa di alto livello, vedasi le “plurime fiate”. Come il miglior Tafazzi, in un testo pieno di avverbi risplende la citazione messa in bocca a un personaggio: “Casualmente, assolutamente, incidentalmente… troppi avverbi. Ma lo sai che Gabriel Garcia Marquez si vantava di non aver mai usato un avverbio nei suoi romanzi? Sosteneva che se sai usare bene i verbi gli avverbi non ti servono.”
L'unica cosa che rimane in mente, ma giusto per poco tempo, è il simpatico personaggio giapponese grande storpiatore della nostra lingua. E la voglia di chiedere ai proprietari di gatti se è vero che ogni volta che si rivolgono alle loro bestiole ricevono in risposta un miao, meow, memeow e addirittura mememeeow!

Un cadavere in redazione - Daniele Manca e Gabriella Colla

Testo scorrevole, protagonisti ben delineati, ottima la ricostruzione della Milano primi anni ’60. Per chi l’ha vissuta può causare piacevoli o, a seconda dei casi, nostalgici ricordi. L’iter narrativo è a tratti avvincente. Stride però, come unghie sul vetro e spezza più volte l’immersione nel racconto, la dilettantesca gestione della terza persona al passato. Ne sono conseguenza le intrusioni autoriali con spiegoni e infodump, gli inutili avverbi e salti di punto di vista. La non corretta revisione editoriale ha prodotto vari refusi.
Rimane un dubbio sulla scelta del titolo. L’unico cadavere che si può in qualche modo correlare con la redazione del giornale spunta a pagina 286, a indagine conclusa.

Una storia nera : romanzo / Antonella Lattanzi

Come il lettore viene accolto fin dalla prima pagina? Così. “Lei scese dal taxi con le gambe pesantissime, sudata, la bambina, Mara, addormentata tra le braccia, la borsa stretta in una mano…si avventò su di lui, mollò di colpo la borsa, cadde a terra, gli aprì le braccia, lo costrinse a un abbraccio, si chiuse le sue braccia intorno al corpo, intorno a lei che teneva tra le braccia Mara. Poi si staccò, gli strinse forte il polso, Manuel non riusciva a slacciare la sicura del casco, «Aspetta» le disse. Lei continuò, «Che devo fare Manuel».” Poco dopo inizia un lunghissimo spiegone in formato muro di testo.
Uno stile narrativo che non solo non è né originale né innovativo, è solamente un insulto ai più elementari principi che sovrintendono a una corretta scrittura in prosa. Arrivato a pagina 18 l’ho riportato di corsa in biblioteca.

Fiamme in Piazza Duomo - Filippo Fornari

Pessima combinazione autore-editor. Ancora una volta, il non riuscire a staccarsi da una narrativa non più attuale genera una fastidiosa narrazione in terza persona al passato. L’inevitabile conseguenza sono un narratore onnisciente che genera i tanti infodump e parti raccontate, inutili avverbi, anticipazioni di eventi posteriori, dialoghi banali spesso lunghissimi e impostati su personaggi che non hanno la fortuna di possedere i cinque sensi. Non mancano refusi e spiegazioni tra parentesi.
Scrittura dilettantesca e superficiale destinata a non invogliare la lettura di eventuali opere successive.

Milano di ringhiera - Rosa Ida D'Emidio

Una buona scrittura di base impoverita da una traballante terza persona al passato. Ne sono conseguenza i troppi avverbi, gli incisi tra parentesi, lunghi monologhi, anticipazioni di eventi successivi e troppi riassunti. Buona la caratterizzazione della protagonista e anche quella del commissario “senza nome e cognome”.
Peccato, un’occasione non sfruttata al meglio. Con la prima persona al presente sarebbe stato molto più immersivo.

Notte al Casablanca - Daniela Grandi

Testo scorrevole, senza buchi nella trama e con un intrigante crescendo. Ben caratterizzati i personaggi, ottima la scelta del simpatico tormentone verbale attribuito al brigadiere che si stampa nella testa e non esce più. Accurata l’ambientazione. Spiccano però le solite problematiche legate a un non ottimale uso della terza persona al passato. Tra le tante, risultano fastidiosi i troppi salti di punto di vista all’interno di una scena.
A parte le imprecisioni stilistiche, è un testo che rispecchia il basilare principio che una storia deve sembrare al lettore come se fosse vera e trascinarlo fino al termine della lettura.

Fragile è la notte - Angelo Petrella

Testo con un ottimo ritmo narrativo ideale per supportare una storia incalzante e on the road. La narrazione in terza persona al passato scade però più volte nei problemi legati a una non sempre corretta gestione stilistica: parti raccontate, inutili avverbi, improvvisi salti di punto di vista. Buona nel complesso la caratterizzazione dei personaggi.
Un testo che con la prima persona al presente avrebbe espresso al meglio tutto il suo potenziale.

La schiava bianca - Silvana Giacobini

Al termine di un misterioso prologo, per una trentina di pagine sembra di leggere una qualsiasi rivista di gossip, frutto di una dilettantesca gestione editoriale della terza persona al passato. L’infodump gossipparo ritorna più e più volte sotto forma di muro di testo, infarcito inoltre da una marea di: dialoghi piatti e lunghissimi spesso terminanti con i tre puntini, inutili avverbi, racconti di incubi, punti esclamativi, salti di punto di vista all’interno di una scena, intrusioni raccontate dell’autore. A qualificare il pessimo stile utilizzato basta, ad esempio, il seguente passaggio: Assorta nei suoi pensieri, non ebbe modo di accorgersi dell’uomo che l’aveva seguita fino a Mestre e poi di nuovo a Venezia, mescolandosi abilmente nella folla dei viaggiatori.
Stile narrativo antiquato e lontanissimo dai basilari principi narratologici.

Rose bianche sull'acqua - Erica Gibogini

La scarsa capacità di gestire la terza persona al passato, e l’ancor più scarso editing, fanno sì che il romanzo si apra con gli inevitabili prologo e incipit raccontati in modalità muro di testo. Refusi, inutili avverbi, spiegoni, ripetizioni, anticipazioni su ciò che accadrà, cliché narrativi infantili, punteggiatura errata. Grotteschi salti di punto di vista all’interno della stessa scena: per esempio, passare da un umano a un gabbiano. Situazioni difficili da immaginare, come salire a bordo di un traghetto con le dita della mano che sfiorano l’acqua. Decisamente scarso.

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