Gregorio Curto

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Fiabe e leggende delle Dolomiti - [testi Pina Ballario

C’è tutto quello che piace ed edifica nelle Fiabe e leggende delle Dolomiti: la bellezza della natura, vari sentimenti e comportamenti dei personaggi (alcuni semplici e ingenui, altri severi o crudeli, altri ancora eroicamente disposti al sacrificio); c’è anche lo stile del raccontare ai piccoli miti avvincenti, che spiegano l’origine di un monte, di una valle costellata di fiori, di saporiti frutti spontanei, intrecciando alla trama riflessioni e insegnamenti, che si fissano indelebilmente nella mente e nel cuore.
La disponibilità al sacrificio è il tema dominante dei capitoli La principessa di neve e Il reuccio delle nevi e la principessa Primavera. Nel primo la pesante rinuncia è della giovane Ombretta, che non può mantenersi in vita se si espone ai raggi del sole. Per amor suo la regina madre dispone che in tutto il regno si viva di notte e si dorma di giorno, ma questo intristisce e nuoce gravemente a tutti i sudditi. Ombretta nulla sa della sua origine, come pure ignora il motivo dell’incompatibilità tra la sua buona salute e la prosperità del regno, ma quando carpisce il segreto da una donna anziana, che glielo rivela involontariamente, con prontezza sacrifica la vita per il bene del suo popolo. Si espone ai raggi del sole che, non volendo scioglierla, le suggerisce di nascondersi, per preservare la vita. Ma lei risponde: “E che importa se la spendo per il bene dei miei?”. Allora il sole la trasse nel suo cocchio d’oro, lasciando agli uomini, presso le nevi della Marmolada, il ricordo della giovane in quello che è chiamato ancor oggi il Passo Ombretta.
Ancora più commovente il sacrificio di una mamma, nel mito Il reuccio delle nevi e la principessa Primavera. Il reuccio Nevoso è innamorato della giovane principessa, che vorrebbe ricambiare il suo affetto, ma non può andare ad abitare in un regno di gelo. Vedendo però il figlio così triste per il desiderio inappagato di sposare Primavera, “mamma regina sospirò, poi sorrise (tutte le mamme sospirano quando odono i loro figli parlare così, perché sentono che i loro affetto viene diviso, ma poi sorridono perché ogni mamma è felice della felicità del suo figliuolo ed è pronta a sacrificare il suo amore per quello di lui)”. Per questo decide di partire per un lungo e doloroso viaggio, al termine del quale, sacrificando la propria vita, avrà portato la primavera nel suo regno e la felicità al reuccio.
I cattivi sono protagonisti di altri racconti, come Il gigante Sassolungo, che narra l’origine del monte che porta questo nome, chiamato anche Cinque dita. Il gigante era l’unico disonesto e mendace della sua razza: rubava nei pollai e nei campi, incolpando dei suoi furti volpi, faine ed altri animali. Ma un giorno, per la sua stessa ingenuità (si rovina infatti da sé con una sorta di “excusatio non petita accusatio manifesta”, dimostrando che “anche i malvagi non sempre sono astuti”) viene smascherato. Continua però ostinatamente a dichiararsi innocente, anche quando si vede sprofondare nel terreno, mentre viene trasformato nella rigida roccia di una grande montagna.
Altro cattivo è il larice ambizioso, orgoglioso inflessibile protagonista del racconto omonimo, che per la sua vanagloria, dopo essersi portato sulla cima di una montagna, attira a sé il fulmine che lo incenerisce; mentre due ingenui e saggi bambini sono i personaggi premiati dal re dei boschi (scacciato dai suoi sudditi e dagli uomini), che li premia, perché soltanto da loro è stato accolto e aiutato, donando in abbondanza, da allora e fino ad oggi, dolci more e succulenti mirtilli.
(Gregorio Curto_14-09-2020)

Verso l'assoluto : Pier Giorgio Frassati / Primo Soldi ; presentazione di Roger Etchegaray ; prefazione di Paul Joseph Cordes

È a Cracovia, il 27 marzo 1977, che un cardinale polacco (qualche anno dopo eletto a guidare la Chiesa universale) rivolge ai giovani universitari inaspettate parole, con le quali fa conoscere Pier Giorgio Frassati, un giovane italiano che indica come esempio da seguire. "Pier Giorgio Frassati - proclama Karol Wojtyla - può essere considerato, seppure non ancora salito agli altari, come un patrono, la guida spirituale della gioventù accademica, anche di quella dell'attuale generazione… Lui era preso a modello da quanti salivano sulle montagne per scalarle oppure facevano escursioni invernali sugli sci; al tempo stesso era sorprendente la sua sensibilità verso l'uomo povero, verso i bisognosi, i malati. Forse questo è un appello particolare, una sfida al clima della nostra generazione e dei nostri tempi, minacciati dall'insensibilità".
Il libro di Primo Soldi, intitolato Verso l'assoluto, ci offre un quadro molto nitido della personalità di Pier Giorgio, del suo stile di vita, delle ragioni che animavano ogni suo gesto. Veniamo a conoscere un giovane attivo e responsabile, aperto e sempre lieto, inserito in una famiglia dove pure non mancavano i problemi e in una società che proprio in quegli anni andava corrompendosi per l'affermarsi del fascismo e del nazismo. I Frassati vivono a Torino; sono una famiglia benestante: il padre è senatore del Regno d'Italia e direttore del quotidiano La Stampa, ma non ha una serena vita coniugale né un rapporto di confidenza e di piena sintonia col figlio. Pier Giorgio vive così la sua fede in buona armonia con la sorella Luciana, ma distaccato dai genitori, che non lo comprendono né lo conoscono a sufficienza. Si sottomette così alle regole della famiglia, dando anche in casa la sua composta testimonianza di creatura rigenerata dalla fede; mentre è un vero vulcano nei molti altri ambienti che frequenta: i compagni di studi, gli amici con i quali condivide la passione per la montagna e il tempo libero, i vari circoli sociali, culturali e politici, i poveri che assiste non solo come membro della San Vincenzo, ma anche personalmente e segretamente, con denaro che proviene sempre dalla parsimoniosa amministrazione del poco di cui dispone, mai dalle ricchezze della sua agiata famiglia borghese.
Nel libro di Primo Soldi risaltano alcuni episodi, esemplificativi della testimonianza che Pier Giorgio ha saputo dare nei diversi ambienti che ha frequentato, mostrando sempre una grande apertura di vedute e una insuperabile magnanimità. Commovente a questo proposito il ricordo della signora Costa: "Ero ammalata con tre bambini; da poco era morto mio marito. È venuto in casa nostra e si è preso cura dei bambini. Entrava con grande rispetto, salutava e stringeva la mano a tutti, dalla piccola Teresina fino alla nonna. Un giorno mi chiese perché non mettevo Teresina all'asilo; gli risposi che non avevo i mezzi: ci pensò lui, le comprò il grembiule e le scarpette, la mise all'asilo e poi andava sempre a chiedere informazioni alle suore perché la bambina aveva poca salute. Quando veniva a casa mia, Teresina gli faceva mille feste…".
Discreto e pacato in certi ambienti, Pier Giorgio sapeva all'occorrenza infiammarsi in altri contesti. Poiché gli è da subito chiaro quale piaga sia il fascismo per la società tutta, non esita a prenderne le distanze in modo netto, pubblicamente. Dopo la visita a Torino di Mussolini, avendo il Presidente del circolo Cesare Balbo deciso di accogliere il duce esponendo il tricolore, Pier Giorgio ne rimane indignato e immediatamente comunica le sue dimissioni da membro del circolo con "una lettera che è un capolavoro di intelligenza e di giudizio storico, oltre che dell'assoluta franchezza che gli era abituale". Scrive infatti: "Sono veramente indignato perché hai esposto la bandiera, che tante volte, benché indegno, ho portato nei cortei religiosi, per rendere omaggio a colui che disfa le Opere pie, che non mette freno ai fascisti e lascia uccidere i Ministri di Dio come Don Minzoni e permette che si facciano altre porcherie e cerca di coprire questi misfatti col mettere il Crocifisso nelle scuole ecc…". Poco dopo, il 22 giugno del 1922, casa Frassati è visitata da una teppaglia fascista, alla quale Pier Giorgio crede bene far fronte non solo con parole, ma anche con gesti "infuocati". Racconta lui stesso il giorno seguente, scrivendo all'amico Tonino Villani: "Eravamo tranquillamente a tavola ed erano le 13 meno un quarto quando si sentì suonare alla porta. Mariscia corse a vedere e vide dalla finestra un giovane abbastanza bene vestito" che, saputo che non era in casa il senatore, entrò con altri cinque suoi compagni. "Al primo momento - prosegue la lettera - ho pensato a dei ladri… ma poi… mi precipitai su quel farabutto e al grido di mascalzoni, vigliacchi ed assassini gli assestai un pugno. Coraggiosamente appena i lestofanti sentirono la voce di un uomo presero la porta di casa e fuggirono precipitosamente inseguiti da me e da Italo".
La poliomielite fulminante stronca la vita di Pier Giorgio in pochissimi giorni, quando è ormai a sole poche settimane dal "traguardo volante" della laurea in ingegneria mineraria, dopo la quale avrebbe voluto dedicarsi ad una professione che alleviasse le sofferenze dei minatori. Ma già il laureando aveva dichiarato di rinunciare a questo progetto, per non deludere il padre che lo desiderava suo successore nell'amministrazione del quotidiano La Stampa. Con un sacrificio ancora più grande aveva pure rinunciato al proposito di un fidanzamento e di una successiva vita coniugale con Laura Hidalgo, una giovane che, come gli suggerisce la sorella Luciana "non sarebbe mai stata accettata in casa Frassati". Ma anche questa circostanza avversa è abbracciata da Pier Giorgio come l'opportunità che lo proietta all'intuizione di un amore verginale, cioè totalmente gratuito e spalancato a tutti. Il malessere di Pier Giorgio inizia a manifestarsi il 29 giugno del 1925. Si sente debole, ma non rinuncia ad alzarsi e ad uscire di casa fino a quando le forze non lo abbandonano totalmente. Si pensa dapprima ad una semplice influenza; sono i medesimi giorni nei quali si spegne l'anziana nonna, circondata dall'attenzione di tutti i familiari, compreso il nipote gravemente ammalato, che nel trambusto di quei giorni viene lasciato solo. Giovedì 2 luglio la mamma dice a Pier Giorgio: "Domani sarà il giorno dei funerali della nonna e tu mi mancherai. Nemmeno a farlo apposta, tu Pier Giorgio manchi sempre quando ho bisogno di te". Soltanto venerdì 3 luglio il medico pronuncia la triste terribile diagnosi. Il giorno seguente viene amministrato a Pier Giorgio l'Olio Santo, poco prima che esali l'ultimo respiro.
Ai funerali una gran folla gremisce la chiesa: ci sono tante autorità e protagonisti della vita politica italiana, intervenuti non solo per solidarietà all'anziano senatore, ma anche per la stima riconosciuta al giovanissimo defunto; ci sono anche molti compagni e amici accanto a poveri ai più sconosciuti (ma il conosceva bene Pier Giorgio), cattolici ferventi insieme a non praticanti e ad individui di ben altre convinzioni nell'ambito della politica e della religione. Le attestazioni di stima rilasciate in quel frangente sono unanimi, come quella di Filippo Turati, che scrive: "Era veramente un uomo, Pier Giorgio Frassati. Ciò che si legge di lui è così nuovo e insolito che riempie di riverente stupore anche chi non condivideva la sua fede… Questo giovane laureando in ingegneria… aveva l'occhio sereno e dolce dell'uomo che si sente accoratamente fratello agli altri uomini, ai più miseri ed infelici…".
Il 20 maggio 1990 Giovanni Paolo II beatifica Pier Giorgio Frassati. Al cospetto dell'arazzo che ritrae un giovane alpinista in vetta a una montagna, una folla sterminata, tra la quale risaltano molti giovani italiani e polacchi, ascolta commossa le parole del Santo Padre: "Ad uno sguardo superficiale, lo stile di Pier Giorgio Frassati, un giovane moderno e pieno di vita, non presenta granché di straordinario. Ma proprio questa è l'originalità della sua virtù, che invita a riflettere e che ci spinge all'imitazione. In lui la fede e gli avvenimenti quotidiani si fondono armonicamente, tanto che l'adesione al Vangelo si traduce in attenzione amorosa ai poveri e ai bisognosi, in un crescendo continuo sino agli ultimi giorni della malattia che lo porterà alla morte. Il gusto del bello e dell'arte, la passione per lo sport e per la montagna, l'attenzione ai problemi della società non gli impediscono il rapporto costante con l'Assoluto. Tutta immersa nel Mistero di Dio e tutta dedita al costante servizio del prossimo: così si può riassumere la sua giornata terrena".
(Gregorio Curto_31-08-2020)

Per le antiche scale : una storia / Mario Tobino ; prefazione Tullio Kezich

“Il dottor Anselmo abitava in manicomio. Mangiava in mensa; aveva una stanza. Lo stipendio era gramo. Tutto era ristretto”. Così inizia l’avventura dello psichiatra protagonista del libro di Mario Tobino Per le antiche scale. Gli avvenimenti narrati coprono un ampio arco di tempo, a partire dai primi decenni del Novecento, anni segnati dall’impronta lasciata nell’ospedale dal Bonaccorsi, il primario al quale Anselmo subentra. Un infermiere e il portiere del nosocomio (ubicato a Lucca) sono le prime persone dalle quali Anselmo coglie qualcosa della personalità del Bonaccorsi; personalità affascinante e avvolta in un’ombra di mistero, i cui tratti vengono però via via svelandosi: la dedizione smisurata e incondizionata nell’esercizio della professione, la scelta di un’intera vita (tutto il giorno, tutti i giorni per molti anni) trascorsa esclusivamente all’interno del perimetro dell’ospedale; poi un errore commesso nel laboratorio di analisi, causa un clamoroso insuccesso ad un importante congresso; gli esiti della ricerca e l’onore delle pubblicazioni, ceduti a giovani medici prestanome; una sorella folle, ricoverata quasi in segretezza in un reparto dello stesso nosocomio; le partite a carte con colleghi e pazienti, gli amori segreti con insospettabili donne di diversa età.
Anselmo sa farsi ben volere dai pazienti e da tutto il personale della struttura sanitaria nella quale esercita la sua professione. Prende servizio in giovane età e vi rimane per parecchi anni, durante i quali incontra degenti affetti dalle patologie più varie, in un quadro sociale e legislativo mutevole, segnato dall’avvento e dalla caduta del fascismo, dalla guerra e dalla ritrovata pace, dall’impiego di nuovi farmaci, dalle leggi che allentano le misure restrittive, togliendo camicie di forza e concedendo maggiore libertà ai folli. È in questo contesto che vengono narrati i molti incontri del protagonista con i ricoverati nell’ospedale, in una rapida successione di capitoli di poche pagine ciascuno. Il dottore osserva, cerca di comprendere, si coinvolge con tutto se stesso; a volte sbaglia ma cresce nel riconoscere il proprio errore; si imbatte con i limiti suoi propri e della scienza medica, ma sempre impara qualcosa davanti agli strani inspiegabili comportamenti dei pazienti e alla loro travagliata storia, in particolar modo dalle sorprendenti manifestazioni di impegno e di affetto di alcuni.
Significativa a questo proposito la vicenda della Sercambi, trasferita un giorno da Anselmo al reparto dei “coatti”, soltanto perché aveva iniziato a passeggiare fino al cancello del parco dell’ospedale, destando preoccupazione perché avrebbe potuto uscire in strada e farsi o fare del male a qualcuno. Nel reparto dei “liberi” frattanto un’altra paziente di nome Ernestina comincia ad andare in escandescenze, gridando e diventando violenta: “da quando è andata via la Sercambi – spiega un’infermiera ad Anselmo. –Le faceva tutto, da mamma, da sorella, di giorno, di notte”. Con la Sercambi la Ernestina era calma. “La Sercambi comprende ciò che la ragazza vuole, il suo linguaggio – precisa l’infermiera, -si intendono, si parlano”. Così Anselmo dispone subito che la paziente imprudentemente penalizzata non sia più tenuta tra le coatte, ma sia nuovamente trasferita dove c’è chi mostra di averla presa a cuore.
In un altro clamoroso errore incappa il dottor Anselmo (in questo capitolo “io narrante”) quando sospetta che un paziente, collocato provvisoriamente in portineria, gli abbia rubato un prezioso orologio (in realtà lo aveva lui stesso sbadatamente nascosto tra alcuni fascicoli di una rivista). Si mobilitano i carabinieri, che interrogano il malcapitato; poi Anselmo cerca di dimenticare l’accaduto, ma non gli passa la rabbia, fino a quando non ritrova l’oggetto che credeva essergli stato rubato. “Nell’ira alzai una mano e la battei davanti a me, su un ripiano dello scaffale dove erano ammonticchiati i bollettini di Dante. I fascicoli si squilibrarono. L’orologio che era sotto fece da bilancia. Dei fascicoli scivolarono. L’orologio apparve, schifoso, ancora d’oro, ma più piccolo, rattrappito, con gli stupidi fusi orari, ignobile oggetto. Suonai il campanello per l’infermiera. La Maria accorse. Gridai che l’avevo trovato, che era colpa mia; mi ero ricordato il cieco movimento della sera prima”.
Ogni paziente, con l’originalità della sua patologia, suscita nel protagonista viscerali domande (con risposte sempre incomplete) relative all’insondabile mistero della mente umana e della libertà che con esso si intreccia. Per questo Anselmo si stupisce incontrando un malato che suona il sassofono: “Quello che davvero affascinava il dottore in ascolto… era la lucidità della musica, un vero discorso, un eloquio proveniente dal senno e che per di più toccava il cuore, il passaggio di sottili sentimenti, una bandiera di seta al sole, un damasco esposto al tramonto”. Lo stupore cresce ancora davanti alla paziente Lucia Pedretto che, intenta sempre a ricamare, si siede un giorno inaspettatamente al pianoforte, per molti anni totalmente ignorato: “La memoria freschissima. Erano passati ventisei anni. Il primo tocco sui tasti fu di straordinaria grazia. La madre seguiva le mosse della figlia, anche lei musicista. Suonò per mezz’ora, sembrava raccontasse. Per le guance della madre scendevano silenziose lacrime”. Ma poi, insospettabilmente, “d’un colpo Lucia si interrompe, sbatte il coperchio, si alza, nei tratti una bieca luce. Sembra sull’orlo di una furia. Afferma risoluta che non può più fare ascoltare la sua musica “per il negativo… Ho detto per il negativo. Chiaro, no? Parlo mica coi morti?”.
Il dramma è più acuto in alcune vicende, come quella del Federale, la cui follia esplode dopo che gli si è sentito dire ad una cerimonia ufficiale che non esiste il Duce: “Tutto vuoto, non c’è nulla… Quale Duce? È tutta una favola, una illusione. Chi non se ne accorge è un imbecille. Il mondo non c’è e vuoi che ci sia il Duce?”. Il Federale morirà per non essersi voluto mettere al riparo durante un bombardamento, come Anselmo apprende anni dopo da un vecchio infermiere: “Sono passato pochi minuti prima. Gli ho gridato: ‘Si getti a terra’. Mi ha sorriso come mi perdonasse, come fossi un matto. L’abbiamo trovato in quell’angolo, il viso bello, intatto, con la solita sua espressione, si sentiva già in cielo. È nell’obitorio. I parenti sono stati avvertiti; non verrà nessuno. Da tempo l’avevano abbandonato".
(Gregorio Curto_30-06-2020)

La mia famiglia e altri animali / Gerald Durrell

Gerard Durrell (Gerry, io narrante) è un ragazzetto di dieci anni. La mamma (Louie), vedova benestante e madre di quattro figli, vive in Inghilterra ma decide un bel giorno di trasferirsi per qualche tempo, con l’intera famiglia, a Corfù, incantevole isola della Grecia. Al termine di una ricerca non priva di intoppi, trova una casa che ritiene adeguata al bisogno in una vecchia villa color rosa fragola. Tipi originali ed eccentrici, i componenti la famiglia Durrell, in continuo contrasto per indole e passioni, (diverse e ben marcate in ciascuno di loro) ma simpaticamente capaci di stare insieme in una convivenza dove, alla fine, prevalgono tolleranza, comprensione e un profondo sincero affetto reciproco. Il maggiore dei figli di Louie si chiama Larry e ha ventitré anni: è un letterato-filosofo che si crede capace di tutto, ma difetta decisamente di senso pratico; Leslie, diciannove anni, è un appassionato di caccia ma mal sopporta (come del resto Larry) la familiarità che Gerry ha con gli animali; Margo è una ragazza di diciotto anni spigliata, amante dell’eleganza, comprensiva e tollerante come la madre (anche nei confronti delle stravaganze del fratello minore). In Gerry è viscerale e smisurata la passione per gli animali, ben radicata in una grande curiosità; egli è un acuto e paziente osservatore della natura, desideroso di apprendere nuove conoscenze, tanto per esperienza diretta quanto da maestri, purché questi non lo annoino con vacue didattiche libresche.
Si può inoltre ragionevolmente considerare un componente della famiglia anche il cane Roger, almeno nell’ottica di Gerard, che lo porta sempre con sé nelle sue escursioni, frequenti e proficue, dalle quali torna spesso a casa con nuovi animali di varia foggia. Ecco allora fare la loro comparsa insetti e rettili: forbicine, scorpioni, tartarughe, mantidi e gechi. Agli esemplari con i quali entra in confidenza Gerry dà un nome, come accade al geco Geronimo, che sconfigge in un memorabile duello la mantide Certfolio. Drammatici, ma ad onor del vero anche spassosi, i vari guai procurati da altri animali, come le gazze, che un brutto giorno mettono a soqquadro la stanza di Larry, rovinandogli dei preziosi manoscritti, o i serpenti che Leslie si trova, inattesi e importuni ospiti, nella vasca nella quale si immerge per lavarsi dopo una impegnativa battuta di caccia.
Accanto ai membri della famiglia Durrell, molti altri personaggi entrano via via in azione: dapprima il fedelissimo tuttofare Spiro, un nativo dell’isola che sa comunicare con una sgrammaticata ma efficace lingua inglese; la domestica Lugaretzia, sempre timorosa del peggio e intenta a lamentarsi dei suoi malanni; il detenuto (in temporanea libertà vigilata nei fine-settimana), con il quale Gerry stringe amicizia e dal quale riceve in dono un bel gabbiano. Ci sono poi i vari insegnanti del protagonista: dapprima George, poi Peter, infine il signor Kralefsky, che conquista il suo discepolo mostrandogli una soffitta e un terrazzo strapieni di gabbie abitate da una quantità di uccelli di diverse specie; e ancora il famoso scienziato Theodore Stephanides, che regala al suo giovane amico, incontrato una prima volta casualmente, un prezioso microscopio e degli appassionanti dialoghi, per molti giovedì, davanti ad una tazza di tè. Interessanti anche altri personaggi secondari, come i giovani amici invitati da Larry (per ospitare i quali si provvede nientemeno che a trasferirsi in una villa più grande) e la famigerata prozia Ermione, per scansare la quale si dovrà escogitare un terzo trasloco.
La lettura del libro è istruttiva e divertente: avvincenti e spiritosi i dialoghi tra i componenti la famiglia Durrell; curate le descrizioni, sia degli ambienti che dei personaggi (osservati dallo sguardo penetrante e schietto del piccolo Gerard); animati i parapiglia che si creano in diverse circostanze, specialmente in occasione della festa di saluto ai numerosi amici. Suggestivi, infine, l’addio all’Isola della famiglia (quando si imbarca per tornare in Inghilterra, salutata dai commossi Spiro, Theodore e Kralefsky) e i molti “dialoghi” degli animali con Gerry; questi, osservando attentamente il loro comportamento, ne coglie motivazioni e sentimenti (come si trattasse di creature umane), che vengono espressi non di rado con mirabili metafore o similitudini. Così accade, ad esempio, al cospetto della rondine che depone le uova:
-Allora si voltò, abbassò l’estremità posteriore della buca e rimase così, con un’espressione estatica sulla faccia, mentre con aria distratta deponeva le uova. Rimasi molto stupito e ammirato e mi congratulai vivamente con lei per quell’impresa, mentre lei mi guardava meditabonda muovendo la gola in su e in giù.
Così pure davanti alle gazze devastatrici, chiamate “Garze” dopo uno storica storpiatura del nome dovuta a Spiro:
-Le Garze, evidentemente sospettando che Larry fosse un corriere della droga, avevano coraggiosamente battagliato col barattolo del bicarbonato di sodio e ne avevano sparso il contenuto su una fila di libri, che adesso parevano una catena montuosa coperta di neve.
Metafore e similitudini del resto, veri tocchi di poesia, abbondano anche nelle descrizioni di persone e cose, come la seconda abitazione dei Durrell a Corfù:
-La villa ci era piaciuta non appena Spiro ce l’aveva fatta vedere. Si ergeva, decrepita ma estremamente elegante, in mezzo agli ulivi ubriachi e aveva l’aria di una damigella del diciottesimo secolo adagiata tra un nugolo di domestiche. Le sue attrattive erano immensamente valorizzate, almeno ai miei occhi, dalla scoperta di un pipistrello che si era rifugiato in una delle stanze e penzolava a testa in giù da una persiana, stridendo con tetra malevolenza.
(Gregorio Curto_16-06-2020)

Il ritratto di Dorian Gray / Oscar Wilde ; presentazione Giuliano Zincone ; con un saggio di Bernhard Fehr ; traduzione Ugo Dettore

Dorian Gray è un giovane bellissimo, poco più che adolescente. Il pittore Basilio Hallward ha appena terminato il quadro nel quale lo ha ritratto con grande maestria, quando si innesca, in un dialogo animato da Lord Enrico Wotton, la scintilla dalla quale scocca il grande incendio che pervade tutto il romanzo. “Sono geloso di tutto ciò la cui bellezza non muore – esclama Dorian, rivolgendosi a Basilio, - sono geloso del ritratto che hai dipinto. Perché dovrà conservare quello che io sono condannato a perdere? Ogni momento che passa ruba qualche cosa a me per darla a quella tela. Oh, se fosse il contrario, se il quadro potesse mutare ed io rimaner sempre quel che sono adesso! Perché lo avete dipinto? Un giorno mi deriderà, mi deriderà senza misericordia!”.
L’impossibile desiderio diviene realtà. La tela viene incorniciata e regalata dal pittore a Dorian, che la custodisce gelosamente, ben nascosta, con il segreto della sua perenne giovinezza, mentre Lord Enrico non cessa di frequentare il giovane Gray e di influenzarlo con le sue spregiudicate filosofie concernenti la bellezza, il piacere e la morale.
Una prima svolta nella vicenda è data dalla comparsa dell’attrice Sibilla Vane, della quale Dorian si innamora, pienamente ricambiato, ma che pianta in asso dopo aver assistito ad uno spettacolo nel quale ella non ha affatto recitato bene. Disperata, Sibilla si toglie la vita, suscitando in Dorian un pentimento e un desiderio di cambiamento che vengono vanificati dalle seducenti parole di Lord Enrico. Inizia così la tragica deriva del protagonista del romanzo che, nello scorrere inesorabile del tempo, si vede - nella vita insulsa dell’alta società - sempre più ammirato per la sua intramontabile bellezza; è però assalito da conflitti e rimorsi, quando si trova a tu per tu con se stesso. Insopportabili si rivelano soprattutto i momenti nei quali Dorian va a rivedere il suo ritratto, che ha collocato in una vecchia mansarda abbandonata e tiene normalmente nascosto da un drappo: il quadro mostra infatti i segni di invecchiamento dai quali è stato preservato il corpo che vi è ritratto e, cosa ancor più angosciante, traccia le angosce e i rimorsi di un’anima infelice e incapace di un cambiamento che pure desidera.
Nel romanzo si susseguono imprevedibili colpi di scena, con pagine che assumono toni da giallo e da noir, specialmente al riapparire e poi scomparire dapprima del pittore Basilio, in seguito di Alan Campbell (uno scienziato amico di Dorian), infine del fratello di Sibilla Vane. Struggenti le pagine nelle quali emerge l’angoscia del protagonista, mentre intorno gli scorre la vita insulsa dell’alta società, alla quale lui stesso – nella sua doppia vita – non manca di partecipare, pur riservandosi ampi spazi di isolamento. “Spesso, tornando da una di quelle misteriose prolungate assenze che suscitavano così strane congetture tra i suoi amici, o che si credevano tali, egli saliva cauto fino alla stanza chiusa, apriva la porta con la chiave che non lasciava mai, e si fermava, con uno specchio in mano, dinanzi al ritratto dipinto da Basilio Hallward, guardando ora il volto perverso e invecchiato della tela, ora quello fresco e giovane che gli sorrideva dal vetro polito. La stessa violenza del contrasto acuiva il suo piacere. Sempre più si innamorava della sua bellezza, con sempre maggiore interesse seguiva il corrompersi della sua anima”. Quando Dorian arriva a macchiarsi di un orrendo crimine, la sua angoscia di Dorian si fa incalzante: “Qual vita sarebbe mai stata la sua se, giorno e notte, le ombre del suo delitto dovevano spiarlo da angoli silenziosi, deriderlo da segreti nascondigli, mormorargli all’orecchio durante una festa, svegliarlo dal sonno con dita di ghiaccio! Appena questo pensiero gli scivolò nel cervello, egli divenne pallido di paura e l’aria gli parve divenire improvvisamente fredda… Su dal buio abisso del tempo, terribile, fasciata di scarlatto, sorgeva l’immagine del suo peccato”. Cupe e minacciose appaiono così a Dorian anche le cose che lo circondano, che si animano in suggestive metafore o similitudini: “La via sembrava non dovesse finir mai, le strade erano come la nera tela di un ragno mostruoso. La monotonia non era più sopportabile; quando la nebbia cominciò a infittire, egli si sentì preso dallo spavento”.
In questo travaglio vive il protagonista del romanzo fino all’ultima sequenza della vicenda, che non sveleremo, per non togliere al lettore la sorpresa di venirla a conoscere da sé, al termine della lettura.
(Gregorio Curto_06-06-2020)

Moby Dick, o, La balena / Herman Melville ; presentazione Geminello Alvi ; prefazione e traduzione Cesare Pavese

Intrecciate alle avventure dei protagonisti della vicenda narrata, l’autore di Moby Dick offre al lettore una miniera di notizie relative alle balene e alla caccia senza regole della quale sono state vittime, al tempo in cui erano ambite specialmente per l’olio che fornivano come combustibile.
L’io narrante Ismaele, giunto a Nantucket, cittadina portuale della costa atlantica degli Stati Uniti, decide di imbarcarsi su una baleniera, dopo aver vissuto altre avventure in mare, su imbarcazioni mercantili. Prima che il Pequod (questo il nome della nave prescelta) prenda il largo, fa conoscenza con il ramponiere Quiqueg, un tipo alquanto strano, al quale tuttavia si trova presto legato da sincera amicizia. Al porto, e poi sul Pequod, compaiono via via gli altri personaggi del romanzo, tra i quali spiccano i tre ufficiali (Strbuck, Stubb e Flask) e sopra tutti il capitano Achab, munito di una vistosa protesi, da quando Moby Dick, la temutissima balena bianca, lo ha privato di una gamba, come ci viene più avanti narrato in un flash back:
Con le sue tre lance sfondate intorno e uomini e remi turbinanti nei gorghi, un capitano, afferrando dalla prora spaccata il coltello della lenza, s’era lanciato sulla balena, come un duellista dell’Arkansas sull’avversario, ciecamente tentando con una lama di sei pollici di raggiungere la vitalità, profonda una tesa, del mostro. Quel capitano era Achab. E fu allora che, passandogli sotto di colpo la sua mandibola falcata, Moby Dick gli aveva falciato la gamba, come un mietitore di uno stelo d’erba in un campo. Nessun turco dal turbante, nessun prezzolato veneziano o maltese avrebbe potuto colpirlo con più apparente malvagità.
Da quel giorno Achab non vive che per ri-incontrare e affrontare nuovamente la balena bianca, certo che l’avrebbe uccisa. Non esita perciò, dopo che la nave ha già preso il largo, a comunicare a tutto l’equipaggio questa sua ferma intenzione, perseguita in modo maniacale. Radunati tutti gli uomini in coperta, mostra loro un doblone incastonato nel legno del Pequod, promettendolo in ricompensa a chi per primo avesse avvistato il mostro. La baleniera si trattiene in mare parecchi mesi, facendo sue diverse prede, con tecniche che vengono meticolosamente descritte dall’autore: le lance che vengono dalla nave calate in mare, perché i ramponieri ritti su di esse possano da distanza ravvicinata colpire la loro preda, le operazioni con le quali la balena uccisa viene issata a fianco della nave, gli accorti interventi per estrarre dai giganti delle onde il prezioso olio, che viene poi raccolto in grossi barili.
Achab si scontra più volte con l’ufficiale Starbuck, che tenta fino all’ultimo di dissuadere il capitano da un’impresa ritenuta folle. Del grande pericolo al quale si va incontro, si prende coscienza specialmente dopo il racconto, appreso dall’equipaggio di diverse baleniere incontrate in mare aperto, della ferocia del mostro e dei danni irreparabili che questo ha recato a diverse latitudini. Achab si mostra però inflessibile. Rinnova infatti la promessa del doblone: dapprima a chi avvisti per primo Moby Dick, poi a chi colpisca e sappia uccidere il mostro, che sarà però lui stesso a ferire, dopo averlo avvistato per primo. La caccia si prolunga per più giorni, ma non ha un esito felice. Moby Dick travolge infatti il Pequod e l’intero equipaggio, causando un naufragio al quale scampa il solo io narrante.
Commoventi alcuni personaggi secondari: tra questi Pip, il marinaio reso folle da una sua caduta in mare durante una caccia e prediletto da Achab, e il capitano della “Rachele”, ansiosamente alla ricerca di un figlio, strappatogli dalle onde durante una recente caccia alla Balena bianca.
Il romanzo è scritto con un periodare ricercato, denso di termini inconsueti, di non immediata comprensione (non solo quelli appartenenti al gergo nautico); si fa tuttavia ben apprezzare dal lettore questa ricercatezza, manifestata anche in periodi densi di citazioni dotte e di similitudini, come nel passo che segue:
A proposito di questi ultimi leviatani, essi hanno due salde roccaforti che, secondo ogni umana probabilità, resteranno per sempre inespugnabili. E come all’invasione delle vallate i frigidi svizzeri si ritiravano sulle montagne, così, cacciate dalle savane e dalle radure dei mari di mezzo, le balene da osso possono infine ricorrere alle loro cittadelle polari e, tuffandosi sotto quelle estreme barriere e pareti vitree, risalire tra i campi e i banchi di ghiaccio e, in un cerchio incantato di eterno dicembre, lanciar la sfida ad ogni inseguimento umano.
(Gregorio Curto_03-05-2020)

Il miracolo della speranza : il cardinale François-Xavier Nguyen Van Thuan apostolo di pace / Andre Nguyen Van Chau

   Intrecciata alla storia del Vietnam e in gran parte in un Paese travagliato da cambiamenti epocali e vertiginosi, si svolge la vita di Francois-Xavier Nguyen Van Thuan, che il volume scritto da Van Chau ci presenta con ampiezza (prendendo le mosse dagli antenati – cristiani perseguitati – del biografato) e con dovizia di particolari. Francois-Xavier nasce il 17 aprile del 1928 in un sobborgo della città di Hue, nel Vietnam centrale. A tredici anni entra in seminario, sostenuto dalla solida fede testimoniatagli dai suoi genitori e da altri illustri personaggi della famiglia. L’amore per la sua terra e il suo popolo è un altro elemento fondamentale che Van Thuan assimila da genitori, nonni e zii, alcuni dei quali (specialmente gli zii Diem e Cam) assumono cariche di grande prestigio e responsabilità, che – negli anni della guerra civile e dell’avvento del comunismo – costeranno loro persecuzioni ed anche il sacrificio della vita.
   Francois-Xavier porta avanti i suoi studi (prima ad An Ninh nel seminario minore, poi a Hue in quello maggiore) avendo poche occasioni di tornare a casa e rincontrare i suoi familiari; partecipa tuttavia intensamente a quelle che sono le vicende dei suoi congiunti e si interessa costantemente alla situazione politica del Vietnam, che passa in pochi anni dalla condizione di colonia francese a quella di terra devastata dalla guerra civile nella quale intervengono le forze armate statunitensi, a Paese governato dai comunisti chiamati comunemente Vietcong.
   Per quanto riguarda le tappe del suo ministero e gli incarichi che gli vengono affidati, viene ordinato sacerdote nel 1953 e si reca quindi a Roma alcuni mesi a studiare alla Pontificia Università Urbaniana; nel 1960 viene nominato rettore del seminario minore dove egli stesso aveva studiato, nel 1967 vescovo di Nha Trang, carica che gli consente in pochi anni di incrementare i seminaristi della sua diocesi e di ordinare un gran numero di sacerdoti, con una “politica ecclesiale” che si rivelerà di grande utilità nell’immediatamente seguente periodo di persecuzione della Chiesa.
   Divenuto nel 1975 vescovo ausiliare di Saigon (e destinato a divenire successore del vescovo allora in carica) Van Thuan si adopera anche per una missione umanitaria di soccorso alle popolazioni flagellate dalla guerra. Poco dopo viene arrestato ed iniziano per lui lunghi anni di confino o di domicilio coatto, alternati a periodi di detenzione in condizioni durissime: isolamento assoluto, spazi angusti, cibo scarso e sporcizia, ambienti malsani e bui. Francois-Xavier affronta ogni situazione con grande coraggio, ma il suo biografo (certo per averne ascoltato il racconto direttamente dal protagonista) non nasconde che il Vescovo arriva quasi allo sfinimento delle forze fisiche e alla perdita della lucidità necessaria per pregare. Negli spazi che a tratti gli lasciano i suoi persecutori (come accade ad esempio durante gli arresti domiciliari prima nella parrocchia di Cay Vong, quindi a Giang Xa) Van Thieu riesce non di meno ad essere un testimone della fede cristiana ed un apostolo. Scrive sul retro di vecchi foglietti di calendario i diversi capitoli di quello che diventerà un libro pubblicato all’insaputa e a dispetto delle autorità civili (Il cammino della speranza), raccoglie a sé numerosi fedeli che può periodicamente incontrare e confortare, riesce persino a toccare il cuore degli agenti incaricati di sorvegliarlo.
   La liberazione giunge inaspettata il 21 novembre del 1988, ma Van Thuan non potrà più dimorare nel suo amato Vietnam. Si reca dapprima in Australia per salutare la madre ed altri suoi familiari in esilio, quindi a Roma dove il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, ritenendo imprudente un suo ritorno in patria, gli affida cariche di grande responsabilità (dapprima vice-presidente, poi Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace). Divenuto cardinale nel gennaio del 2001, muore a causa di una rara forma di cancro il 16 settembre 2002.
   La vita di Van Thuan è un vero “cammino della speranza”, come recita il titolo del volume già ricordato. Nella scrupolosità della sua formazione spirituale, nello zelo apostolico, nelle prove della persecuzione e della detenzione, egli ha dato prova di non anteporre nulla all’amore di Cristo amando la sua famiglia, il suo Paese, i fedeli della diocesi, gli uomini (soprattutto poveri e tribolati) del mondo intero, perfino i nemici: tutto questo non senza un itinerario di conversione nel quale è stato guidato anzitutto dalla madre, che prima di lui ha saputo perdonare chi ha perseguitato e ucciso gli amatissimi e integerrimi membri della famiglia, osteggiati dai Vietcong.
(Gregorio Curto - 12-10-2008)

Piccole donne / Louisa May Alcott ; illustrazioni di James's Prunier

Negli Stati Uniti d’America è in corso la Guerra di Secessione. La signora March, il cui marito è partito volontario per il fronte, trascorre in casa il giorno di Natale insieme alle sue quattro figlie: Meg, Jo, Beth e Amy, di età compresa tra i sedici e i dodici anni. La famiglia, che viveva un tempo in condizioni agiate, si trova ora a vivere poveramente. Meg e Jo, oltre ad aiutare la mamma nei lavori domestici, aiutano con un impegno assunto stabilmente fuori casa: la prima come badante della zia March, la seconda come baby sitter di una famiglia di agiata condizione sociale. Beh e Amy studiano (solo la prima andando in una scuola), ma anch’esse sanno farsi carico, per quanto lo consente la loro giovanissima età, dei problemi familiari. I primi capitoli tratteggiano con vivacità le caratteristiche e il temperamento di ciascuna delle quattro sorelle e della madre, che sanno vivere in unità ed in armonia, sebbene emergano a volte dei contrasti e degli screzi. Mamma March è però sempre dolce ed abile con le sue figlie: le rimprovera quando sbagliano, ma sempre incoraggiandole, e sa educarle ad una vita serena, fondata su valori che reggono l’urto del tempo, richiamandole ad avere fiducia nel Padre che tutti abbiamo in Cielo.
Il piccolo mondo di casa March, dove vive anche la domestica Hnnah, si popola poi di altri personaggi: il vicino di casa Laurie, coetaneo di Meg, che vive con il nonno e il giovane precettore John Brooke; la zia March, che rivela sempre più il suo carattere dispotico e i suoi ideali per nulla in sintonia con quelli delle nipoti; le frivole amiche di Meg e Jo, tutte dedite ad organizzare feste e vacanze e ad apparir belle in abiti eleganti. La vicenda si svolge nell’arco di un anno, segnato anzitutto dal ritmo della vita quotidiana, costituito non solo dal lavoro e dal riposo, ma anche dallo studio, da concitati dialoghi, da appassionanti letture, da spettacoli avvincenti, allestiti in casa dalle ragazze per pochissimi spettatori. Irrompono però non di rado eventi drammatici, come un aspro litigio fra Jo ed Amy, (che, poco dopo, cade nell’acqua gelida di un laghetto, al frangersi del ghiaccio in superficie), le notizie relative al padre lontano che si è ammalato gravemente, la scarlattina contratta da Beth. Ogni prova è tuttavia affrontata con coraggio dalla famiglia, che si mostra sempre salda e unita nelle robuste radici poste non solo dalla mamma, ma anche dal padre, lontano da casa ma ben presente con l’esempio che ha dato e attraverso le lettere inviate di tanto in tanto.
Il Natale dell’anno seguente, ultimo giorno della vicenda narrata nel libro, riserva non poche sorprese: tutte belle (specialmente in riferimento a papà Match e a Beth), alcune tali da suscitare, con la gioia, anche tanta trepidazione (in Meg e John e nella “spiazzata” Jo).
(Gregorio Curto_24-02-2020)

Il libro della giungla / Rudyard Kipling

Nella giungla di Kipling gli animali - e ce ne sono in grande quantità – parlano ed hanno tratti di profonda umanità, proprio come nella lunga tradizione delle fiabe: di Esopo e di Fedro, di Andersen, dei fratelli Grimm; ma come sono ben tracciati i caratteri della specie alla quale appartengono! Nel primo capitolo, il più noto, un cucciolo d’uomo viene allevato da una famiglia di lupi. Il capo-branco Akela, aiutato dall’orso bruno Baloo e dalla pantera Bagheera, salva il piccolo (che viene chiamato Mowgli) dalle grinfie della tigre Shere Kan, facendolo crescere forte e onesto. Alcuni anni dopo è ancora il capo-branco dei lupi, con l’aiuto di atri animali, a salvare Mowgli dalle insidie delle scimmie, che hanno rapito il bambino portandolo nelle loro Tane Fredde, un luogo desolato e disordinato, edificato e poi abbandonato dagli uomini. Esseri umani pienamente attivi vivono però nel villaggio adiacente la giungla, dove Mowgli non si trova affatto a suo agio, quando viene allontanato dall’ambiente naturale nel quale è cresciuto; questo avviene al sopraggiunta della vecchiaia di Akela, che a Mowgli resterà però sempre legato da saldi vincoli di affetto e riconoscenza.
Il successivo capitolo del libro porta il lettore tra le acque degli oceani e in terre estreme ed isolate, dove vivono, numerosissime, le foche. L’ingordigia degli uomini dà loro una caccia spietata, dalla quale trovano scampo solo gli audaci animali che si avventurano a seguire l’intraprendente Kotick, un esemplare che in ancor giovane età trova una regione mai raggiunta dai cacciatori. Il viaggio di Kotick è avventuroso e pieno di sorprese, non meno della lotta che si ingaggia, nel successivo episodio del libro, tra due voraci serpenti cobra e la piccola mangusta Rikki-Tikki-Tavi. Campo di battaglia sono la casa e l’adiacente giardino, dove abitano il giovanissimo Teddy e i suoi genitori, salvati dal morso dei serpenti proprio dalla piccola Rikki, che uccide i suoi avversari al termine di una lotta sanguinosa. L’episodio successivo ha per protagonista l’anziano elefante Kala Nag e il ragazzo che lo conduce, di nome Toomai. Anche in questo contesto compaiono uomini senza scrupoli, che catturano in grande quantità i grossi erbivori, per asservirli ai loro scopi. Toomai ha però un grande rispetto per il suo Kala Nag ed otterrà in premio di assistere, in una notte rischiarata dalla luna, alla mitica “danza degli elefanti”.
Originale e spassoso otre ogni immaginazione l’ultimo episodio: una conversazione mozzafiato tra un cammello, un mulo, un cavallo, due buoi e un elefante (chiamato “due code” per via della proboscide), che difendono ciascuno le proprie idee. I contendenti non si risparmiano infatti pesanti ma divertenti insulti, come “Brumby” (cavallo selvaggio e bastardo), detto dall’asino al cavallo, e “figlio di un somaro di Malaga” pronunciato in risposta dal purosangue al mulo. Terminata la fitta contesa di parole, tutti sono però compostissimi alla parata militare, che si snoda alla presenza delle più alte autorità politiche e civili.
(Gregorio Curto_26-01-2020)

Pippi Calzelunghe / Astrid Lindgren

Pippi Calzelunghe, la protagonista che dà il titolo alla più nota opera di Astrid Lindgren, fin dalle prime pagine del libro si mostra un personaggio eccentrico e bugiardo; imbattendosi nei suoi vicini di casa Thommy a Annika, bambini come lei, ammette infatti lei stessa di non aver detto la verità, quando ha raccontato che nell’India Orientale tutti camminano a testa in giù. Non si sa bene perciò se crederle quando racconta che ha per mamma un angelo e per papà il Re di una tribù di neri, mentre l’eccentricità si manifesta in modo eclatante nel suo vestiario (due lunghe calze di diverso colore e un paio di scarpe troppo grandi per i suoi piedini) e nel suo stile di vita: abita infatti in una grande casa (chiamata Villa Villacolle) senza altri familiari (avendo però con sé un cavallo e una scimmietta che chiama “il signor Nillson”), non frequenta alcuna scuola, dorme coi piedi sul cuscino e la testa all’altra estremità del letto, dispone di una abbondante ricchezza, costituita di monete d’oro che trae a volontà da una valigia riposta accuratamente nella sua camera. Racconta lei stessa di avere navigato per tutti i mari del globo, di essere approdata in tutti i continenti, di aver perso in un naufragio il padre, che però certo un giorno tornerà da lei.
Altri tratti distintivi di Pippi, che ben si associano alla sua eccentricità, sono la forza (dato che sa sollevare con una sola mano il suo cavallo), la cordialità, l’intraprendenza, la capacità di una amicizia, che si rinsalda sempre più con Tommy e Annika e si estende presto a molti altri bambini incontrati dall’affiatatissimo terzetto. Emblematiche, a questo proposito, sono le vicende degli alunni bocciati a scuola (che ricevono da Pippi monete e dolci a bizzeffe), dei ladri che irrompono in Villa Villacolle (non riescono infatti a derubarla, ma ottengono in premio – perché l’hanno fatta divertire – una moneta d’oro ciascuno), delle compere per i negozi del paese (che terminano con regali e caramelle distribuiti a tutti i bambini che Pippi incontra). L’intreccio ha una svolta quando a Villa Villacolle arriva veramente il padre di Pippi, una prima volta per fermarsi da lei solo pochi giorni, dopo qualche tempo una seconda volta, per portarla con sé, insieme a Tommy e Annika, nell’isola abitata da una tribù di neri, della quale è diventato re…
Pippi Calzelunghe è un libro divertente, ma fa anche pensare, avendo a tema la fantasia, l’intraprendenza, l’astuzia e la forza, l’amicizia e, da ultimo, l’infanzia e la crescita. “Non voglio mai diventare grande” – dice infatti Tommy nell’ultimo capitolo – e Pippi lo rincalza aggiungendo: “le persone grandi non si divertono mai. Hanno solo molto da lavorare, abiti buffi, i calli e le tasse…”.
(Gregorio Curto_26-01-2020)

Il cuore del mondo: antologia degli scritti / John Henry Newman

Ardua e ammirevole l’impresa di Onorato Grassi, che ha curato Il cuore del mondo, una antologia di scritti di John Henry Newman, il teologo inglese deceduto quasi novantenne nel 1890, convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo, tanto stimato dai fedeli di entrambe le confessioni. Il libro si articola in cento brevi capitoli, che comprendono considerazioni che spaziano dalla scienza alla fede, dalla ragione ai sensi, dalle origini e benefici del cristianesimo fino all’autorità nella Chiesa. I passi riportati sono estratti da diverse delle numerosissime opere di Newman (alcune certo di non immediata comprensione a chi non abbia alle spalle qualche nozione di filosofia), principalmente la Grammatica (più nota in traduzione italiana come Grammatica dell’assenso), la Apologia pro vita sua, i Sermoni (“Anglicani, Cattolici e Universitari”). Ecco un passo significativo, di capitale importanza per l’acquisizione della “certezza per fede”, non meno ragionevole della certezza che si acquisisce con gli strumenti delle scienze empiriche.
-La ragione non percepisce realmente alcuna cosa, ma è la facoltà di procedere dalle cose percepite a quelle che non lo sono, l’esistenza delle quali essa ci garantisce in base all’ipotesi che un altro fatto sia conosciuto come esistente, o, in altre parole, assunto come vero. (…) Essa è perciò la facoltà di acquisire conoscenze su basi date, il suo esercizio consiste nell’asserire una cosa a causa di qualche altra cosa e, quando tale esercizio è condotto correttamente, porta alla conoscenza, altrimenti all’apparenza, all’opinione o all’errore. Ora, se questa è la ragione, un atto o processo di fede, semplicemente considerato, è certamente un esercizio della ragione.
In un altro passo (il capitoletto 31 dell’antologia curata da Onorato Grassi), il teologo inglese precisa quanto sia importante la conoscenza sensibile, rilevandone però tutte le implicazioni che la connettono alla ragione umana.
-Uno dei primi atti della mente umana è quello di afferrare e far proprio ciò che si presenta ai sensi, e qui sta la distinzione fondamentale tra il loro uso da parte dell’uomo e da parte di un bruto. Gli animali bruti si fissano su ciò che vedono, e sono bloccati dai suoni; e quello che vedono e odono sono principalmente visioni e suoni soltanto. L’intelletto dell’uomo, al contrario, rende operanti tanto l’occhio quanto l’orecchio, e percepisce nelle visioni e nei suoni qualche cosa al di là di essi. Esso apprende e unisce quel che i sensi gli presentano; afferra e forma quel che non è necessario sia stato visto o udito tranne che nelle sue parti costitutive. Distingue nelle linee e nei colori, o nei toni, quel che è bello e quel che non è tale. Conferisce loro un significato, un’idea.
   Altrove (nella Apologia) l’autore racconta del suo abbandono dell’Anglicanesimo, a seguito di un lungo travaglio che lo porta a professare la fede cattolica e la sottomissione al papa.
-Com’era mirabile quello che mi accadde! Io non lo avevo cercato; leggevo e scrivevo, secondo le mie abitudini di studioso, su quel che si chiama un “argomento metafisico”, fuori dalle controversie del tempo; ma vidi chiaramente che nella storia dell’eresia ariana, gli ariani puri erano i protestanti, i semi-ariani erano gli anglicani e Roma era sempre la stessa, allora come oggi. La verità non stava nella ‘Via Media’, ma nel cosiddetto ‘partito estremo’.
È poi parimenti fondamentale, a questo proposito, in Newman, la presa di coscienza della Chiesa come organismo vivente; è questo infatti che gli consente di abbandonare la "via media" per abbracciare la fede e l’autorità suprema del Vescovo di Roma. I dogmi formulati dall'autorità della Chiesa non sono più considerati come una interpretazione arbitraria di uomini fallibili, ma come il necessario sviluppo di un essere vivente che può e deve crescere con uno sviluppo armonioso e costante. Riprendendo la questione in un’altra sua opera, il teologo inglese si proclama certo che “l’attuale comunione romana è di fatto quella che maggiormente si avvicina alla Chiesa dei padri” e che “se Sant’Ambrogio e Sant’Atanasio tornassero all’improvviso in vita non vi ha dubbio quale confessione riconoscerebbero come la loro”.
Non meno interessanti - e finalmente anche di scorrevole lettura - le pagine che trattano dei primi cristiani e del benefici del cristianesimo nella storia.
-Il pensiero o l’immagine di Cristo fu il principio della conversione e della compagnia [dei primi Cristiani] e ottenne il suo successo più grande tra le classi inferiori, che non avevano potere, influenza, reputazione o educazione. (…) Sappiamo tutti che questo fu appunto il caso di Nostro Signore e dei Suoi Apostoli. (…) Che i convertiti appartenessero al loro stesso ceto viene riferito, in loro favore o a loro discredito, da amici e nemici, per quattro secoli.
Interminabile l’elenco dei benefici portati dai seguaci di Cristo: “Quel corpo militante ha fin dall’inizio riempito il mondo, ha ottenuto splendidi successi e i suoi insuccessi, in complesso, sono stati di estremo beneficio per la razza umana. Esso ha impartito una nozione intelligente del Dio Supremo a milioni di persone che sarebbero vissute e morte senza religione; ha elevato il tono della moralità dovunque è giunto; ha abolito grandi anomalie sociali e miserie; ha elevato il sesso femminile alla sua propria dignità; ha protetto le classi più povere, distrutto la schiavitù, incoraggiato la letteratura e la filosofia e ha avuto un ruolo fondamentale in quella civilizzazione del genere umano che, pur con alcuni mali, ha tuttavia prodotto un bene nel complesso più grande”.
(Gregorio Curto_05-01-2020)

La spada e la scimitarra / Simon Scarrow

Appassiona sempre più, mano a mano che si procede nella lettura, il romanzo storico La scimitarra e la spada, ambientato nei mari e sulle coste del Mediterraneo, nella seconda metà del XVI secolo. La vicenda ha per protagonista Benedetto, un cristiano fatto prigioniero da pirati musulmani, quando la nave sulla quale viaggiava, la Padrona dei due mari, viene arrembata e acquisita come bottino. Benedetto confida però di poterla recuperare, quando Dio vorrà, e si ripromette di non lasciare nulla di intentato per raggiungere il suo scopo. Frattanto è però comprato da un ricco e intraprendente musulmano (Siman Rais, detto “Il Vaioloso”), che pure lo tratta con una certa mitezza, avendo notato le rare qualità e competenze di Benedetto, che può serbare la sua fede cristiana. La vicenda arriva ad una svolta quando Benedetto viene ingiustamente accusato di un omicidio. Preso alle strette, per salvare la propria vita, si dichiara convertito all’islamismo, ma non può scampare alla sorte di essere collocato ai remi di una nave, sul cui pennone sventola la bandiera con la mezza luna, sottoposto a condizioni di vita durissime. A seguito di altre rocambolesche vicende torna libero, dopo essersi gettato in mare con la bella Ines, che sottrae alla schiavitù dei Mori e può riconsegnare al padre, un agiato mercante di Messina.
Queste, ed altre vicende che a queste seguono, Benedetto racconta ad un tribunale ecclesiastico, presso il quale deve sostenere la sincerità della propria richiesta di essere riammesso nella Chiesa cattolica: è stato infatti sorpreso ad arrembare, da una nave musulmana, una imbarcazione cristiana con la scimitarra in mano (pronto – all’apparenza – a far strage di chiunque gli si parasse innanzi) e si è dichiarato di fede cattolica solo quando gli avversari lo avevano ormai circondato, senza dargli scampo. Il processo si prolunga per diversi giorni, tra il racconto avvincente e a tratti commovente di Benedetto, le più rare ma assai dure parole del canonico che lo accusa, la più equilibrata, paziente posizione del Vescovo, al quale spetta giudicare il caso. Convinto della sincerità di Benedetto e della giustificazione che questi porta per difendersi dall’accusa che gli viene mossa, ma ritenendo la prova poco credibile per convincere l’accusatore, il Vescovo conclude il processo concedendo a Benedetto la possibilità di riscattarsi arruolandosi come rematore in una delle navi che affronteranno la flotta musulmana nell’epico scontro che passerà alla storia come la battaglia di Lepanto del 1571.
Il romanzo si fa da qui sempre più avvincente, mettendo in luce le abilità e i nobili sentimenti di Benedetto, che cava dagli impicci più di una vola il comito della nave sulla quale viaggia, ottenendo di essere sottratto ai remi e di assumere l’incarico di capocannoniere. Le vicende belliche si intrecciano poi con quelle della vita affettiva dei personaggi; Benedetto infatti porta in salvo una seconda volta Ines e, mentre la flotta cristiana si sta raccogliendo a Messina, trova il modo di trar fuori dai guai il padre di una sua amica, finito in carcere per debiti. Gli ultimi capitoli del romanzo narrano la preparazione e lo svolgimento della memorabile battaglia di Lepanto: il raccogliersi della flotta cristiana, costituitasi per iniziativa del Santo Padre, al comando del giovanissimo don Giovanni d’Austria; le tensioni (e le riconciliazioni) che coinvolgono gli altri comandanti (specialmente il veneziano, anziano Venier) e i marinai, non di rado indisciplinati; la preparazione della strategia bellica e lo scontro divenuto incandescente negli arrembaggi, specialmente quello che aggancia le due ammiraglie, la Real e la Sultana. Lepanto è per la cristianità un grande trionfo e costituisce l’inizio di una nuova avventura, pacifica, appagante, per Benedetto, che può riconquistare, predandola ai nemici, la nave Capitana di Roma (sulla quale era stato fatto prigioniero dei musulmani) ed avere ricambiato l’affetto che nutre per Ines.
La scimitarra e la spada è appassionante, ricco di una terminologia rigorosa (che riguarda ad esempio il lessico marinaresco e i cibi consumati dai protagonisti), puntualmente documentato nei riferimenti storici, a volte segnalati in nota. Apprezzabili, specialmente negli ultimi capitoli, le citazioni dalle fonti, inserite “virgolettate” nel fluire della narrazione, come accade – a battaglia terminata – nel racconto del ritorno trionfale nel porto di Messina: “La mattina seguente uscirono tutte le galee dal porto e con gli stendardi e le bandiere fecero l’entrata con bellissimo ordine ripartite in due corni, che tenevano in mezzo la general del sig. Giovanni e la general del sig. marcantonio Colonna, strascinando sua altezza la general de’ Turchi e le altre galee nemiche per la poppa con le antenne riverse e con le loro bandiere in acqua e con l’entrar del porto fecero una bellissima salva d’artiglieria. Dopo questo la Real, insieme con quella del sig. Marcantonio , si ritirò verso Porto Reale dove smontati a terra furono ricevuti molto allegramente e accompagnati processionalmente fino alla chiesa maggiore della città dove sii celebrò la Messa in detta chiesa del reverendissimo Arcivescovo, poi si cantò il Te Deum laudamus con grandissima solennità, la qual finita don Giovanni se n’andò a palazzo accompagnato da tutta la nobiltà”.
(Gregorio Curto_03-01-2020)

Vincere, ma non solo - Javier Zanetti

In "Vincere, ma non solo" affiorano qua e là i ricordi di una luminosa carriera da calciatore, che si intrecciano con le responsabilità assunte dalla nuova professione, intrapresa dopo l’ultima partita, giocata il 14 maggio 2014. Da allora infatti Javier Zanetti, per molti anni capitano dell’Inter e della Nazionale Argentina, è nella squadra milanese uno stimato dirigente, con la qualifica di vice-president. Da sportivo e da uomo appassionato alla realtà, nel suo libro Javier trasmette al lettore molti suggerimenti, che attinge dalla sua esperienza. Ricorda ad esempio la passione per il calcio, nata in lui quando era ancora bambino e giocava con i coetanei a Dock Sud, il quartiere povero di Buenos Aires dove è nato. Grande stima dimostra di avere sempre avuto per i suoi genitori: il fratello maggiore, anche lui calciatore, la mamma, il papà di professione idraulico che gli ha insegnato ad avere le scarpe sempre lucide (pulendole bene dopo ogni partita giocata), come lui teneva sempre puliti e in perfetta efficienza i suoi attrezzi di idraulico. Già con le squadre argentine nelle quali ha militato (dapprima l’Indipendente, poi i Talleres e il Banfield), Zanetti ha provato successi e delusioni, ma ha mostrato di non perdere la testa nella prosperità e di non abbattersi nelle sconfitte. Nel capitolo “Non temere mai le sfide” racconta di una sconfitta molto amara, che si è però rivelata quanto mai istruttiva, quella della partita con la Lazio, allo Stadio Olimpico di Roma, il 5 maggio del 2002, terminata 4 a 2. “Da quella sconfitta – scrive Zaneti – ho tratto un insegnamento fondamentale: non bisogna piangersi addosso, non macerarsi nella lagna per le ingiustizie vere o presunte, e che rischiano di diventare una zavorra nell’operazione indispensabile di girare pagina e andare avanti. Un leader come me è chi sa aiutare la squadra a ingoiare i bocconi amari e dimenticarli. Se ci si guarda intorno, chiunque troverà esempi di amici o conoscenti che davanti alla sconfitta si sono rifugiati nell’alibi, amaro ma consolatorio, dell’ingiustizia o addirittura del complotto di cui sarebbero rimasti vittima. A volte queste spiegazioni hanno un aggancio con la realtà, a volte no, ma di una cosa sono sicuro: chi vi si aggrappa non ha nessuna speranza di risorgere né di riscattarsi”. Altra delusione quella della partita di Champions League contro il Milan nel 2003, pareggiata 1 a 1 ma che comportò l’esclusione dalla Coppa. Al fischio finale dell’arbitro, l’Inter fu applaudito dai tifosi: “ci stavano dicendo – ricorda Javier – che avevamo vinto qualcosa di più importante dell’accesso alla finale: la partita dell’orgoglio e del dovere compiuto”.
A questa logica si accordano bene altre considerazioni, che traspaiono qua e là nel libro: non dar peso ai voti dei giornalisti ma dare sempre il massimo, in partita come negli allenamenti; allenarsi perciò sempre con assiduità e con grande impegno; rispettare gli avversari e gli arbitri, anche quando sbagliano; essere pronti a cambiare progetto, ma anche tenaci nel verificare quello che si scelto all’inizio di un cammino (non licenziando l’allenatore di una squadra, ad esempio, dopo due sole sconfitte); essere leali in campo, non buttandosi a terra per una leggera spintarella subita, anche se fallosa. Grande tenacia e passione il Capitano dell’Inter e dell’Argentina ha mostrato fino al termine della sua carriera di calciatore, dopo un grave infortunio: “Avevo quasi quarant’anni, tutti hanno creduto che la mia storia in campo fosse terminata quel giorno, invece io mi dicevo: no, Javi, non finirà così, l’ultima partita della tua vita uscirai dal campo con le tue gambe e non su una barella. Adesso mi operano, poi recupero e torno a giocare: questo pensavo e così è stato”.
Da quando è Vice-president della squadra di club nella quale ha giocato più a lungo Javier ha dovuto riqualificarsi, ancora una volta mostrando grande passione e lodevole impegno, affrontando con entusiasmo, tra altri compiti, la fatica di imparare bene l’inglese e di diventare uno studente dell’Università Bocconi. In un paio di flash l’autore fa capire anche quanto sia importante la famiglia: racconta infatti che nel quartiere di Buonos Aires dove abitava da bambino c’era una ragazza che gli piaceva parecchio: “spesso andavo a vederla giocare, anzi direi che non mi perdevo una sola partita pur non capendo quasi niente di pallacanestro: la bella ragazza si chiama Paula e oggi è mia moglie”. A lei e ad altri amici Javier deve la scelta di una fondazione, chiamata Pupi, con la quale aiuta dei ragazzi poveri residenti in Argentina, consentendo loro di praticare il calcio e favorendo la oro crescita umana e morale. Paula è poi stata determinante, insieme ai figli, nella scelta di non passare ad altre squadre, né da calciatore né da dirigente, per poter dare una stabilità alla famiglia, che risiede a Como. Con lei – confida ancora Javier – “anche adesso che ho smesso con il calcio professionistico cerco di allenarmi tutti i giorni. Mi piace fare fitness con mia moglie, abbiamo una palestra in casa e, quando ci sono delle belle giornate facciamo una camminata sul lago, tra andata e ritorno sono dieci chilometri che rappresentano già un buon allenamento, e questi sono anche i momenti solo per noi, in cui possiamo parlare, coltivare il rapporto di coppia che nell’arco della giornata è troppo spesso distratto da tanti impegni”.
Molti sono i personaggi, dello sport e non, incontrati da Zanetti. Da tutti ha imparato, che fossero compagni di squadra o avversari, giornalisti o uomini politici: tra gli altri, ammirati per la loro professionalità e tenacia, Mourinho, che ha portato l’Inter a vincere la Triplete, e Nelson Mandela, venuto a salutare i calciatori prima di una partita giocata a Johannesburg il 13 maggio 1995. “Mi sono trovato a stringere la mano a un uomo che ha cambiato la storia del suo paese e del mondo intero” – ricorda Javier –, che del leader nero ha ben impressa nella memoria una frase: “Io non perdo mai. O vinco o imparo”, perché “nessuna sconfitta è mai davvero tale se ne cogli il significato profondo e la utilizzi per non ripetere gli errori che hai commesso”.
(Gregorio Curto_03-11-2019)

Sotto le mura di Vienna: il romanzo di Giovanni Sobieski / Jan Dobraczynski

Le intricate vicende politiche e militari dell’Europa del diciassettesimo secolo, nelle quali è coinvolto Giovanni Sobieski, si intrecciano nel romanzo di Dobraczynski con la vita familiare dell’eroe polacco, al quale la cristianità deve la prestigiosa vittoria contro l’esercito turco, conquistata “sotto le mura di Vienna” l’11 e 12 settembre 1683.
Giovanni è un nobile polacco, combattente valoroso ed abile stratega, qualificato già dalle prime pagine del romanzo come etmano (cioè capo supremo dell’esercito del suo Paese), quando a regnare sulla nazione si trova Visniowicki, un monarca osteggiato da molti sudditi, che lo ritengono debole ed inadeguato alla carica che ricopre. A complicare il già intricato quadro politico della Polonia, dove fanno sentire la loro voce autorevole, tra gli altri, il Primate, il Vice-cancelliere ed altre autorità civili e religiose, si inseriscono le alleanze e le inimicizie tra le nazioni: l’Impero e la Francia, l’Elettore del Brandeburgo, la Lituania invasa dai Turchi. Ed è proprio davanti alla minaccia di questi ultimi, appoggiati dai Tartari, che Sobieski ottiene un primo clamoroso successo militare presso Chocin. Il successo procura all’etmano un grande favore, che la folla gli dimostra a Leopoli, in occasione delle esequie del re Visniowicki, da poco estinto.
Il romanzo prosegue narrando le vicende del protagonista divenuto re della Polonia, lasciando intendere che una parte rilevante nell’acquisizione di questo titolo sia da attribuire all’intraprendenza della moglie dell’etmano, la francese Marysienka, altro personaggio chiave dell’intreccio. Alternate alle vicende politiche e militari, Dobraczynski presenta infatti al lettore gli avvenimenti e i sentimenti della sfera affettiva e familiare di Sobieski. Marysienka è una donna ambiziosa ed esigente: ama l’eleganza e il lusso, desidera apparire e distinguersi nell’alta società; si rallegra dei successi del marito, ma esige nel contempo che il consorte si dedichi maggiormente alla famiglia, dimostrando di non inseguire soltanto il successo nei campi di battaglia. Dal matrimonio nascono più figli: dapprima delle femminucce, da piccole non in buona salute; poi Giacomo, che il padre porterà con sé nella campagna militare in difesa della città di Vienna, assediata dai Turchi. La salute della stessa Marysienca è a fasi alterne buona o precaria, dipendendo non poco dalle attenzioni che le dedica o non le dedica il marito, come si viene a sapere dalla fitta corrispondenza che si scambiano i coniugi durante le campagne militari che impegnano Sobieski.
Il culmine del successo è raggiunto dal re polacco quando egli si assume in prima persona l’impegno di raccogliere il consenso di numerosi stati cristiani nella lotta contro i turchi, che assediano la città di Vienna. L’iniziativa di aggregare più forze militari nazionali, auspicata e favorita anzitutto dal papa Innocenzo XI, ha buon esito; l’esercito raccolto è tuttavia molto meno numeroso di quello turco, che da parecchie settimane assedia Vienna . Suscitano perciò grande emozione e trepidazione le pagine che narrano della inaspettata strategia di Sobieski (attraversare i boschi di una impervia altura) per attaccare il nemico all’improvviso su tutta l’estensione della pianura; mentre nell’accampamento turco il comandante Kara Mustafà vive ore sempre più drammatiche, che lo porteranno ad uccidere con una freccia la sua compagna (la bella Lelila) a lasciare il comando a Sari Hussejn, a fuggire portando con sé “la bandiera del Profeta”. L’accampamento turco è presto saccheggiato dalla cavalleria dell’esercito comandato da Sobieski, i nemici si danno alla fuga, la città di Vienna è liberata dell’assedio turco. Tutto questo avviene in poche ore, tra il pomeriggio dell’11 e le prime ore del giorno 12 di un settembre freddo e umido. All’invasione dell’accampamento turco partecipano baldanzosi anche i cavalieri pesanti della Baviera al grido Gott mit uns. “Quindi passarono di corsa reggimenti su reggimenti: polacchi, bavaresi, sassoni, imperiali. L’immensa massa della cavalleria, quasi un largo blocco di lava, spezzò in un sol colpo le linee nemiche e, inseguendo gli avversari in fuga, li raggiunse fin nell’interno dell’accampamento turco. Sari Hussejn cercò di contrapporre alla carica la sua cavalleria, ma i cavalieri turchi vennero dispersi e calpestati. Il fragore degli zoccoli, il grido dei cavalieri alla carica, le urla dei calpestati andarono a formare un unico frastuono. Fu impossibile respingere quell’attacco. Il sole tramontò dietro i colli, l’aria cominciò a farsi scura, mentre i cavalieri infuriavano impetuosi nell’accampamento, calpestavano gli uomini, abbattevano le tende, distruggevano i recinti, da cui il bestiame fuggiva in massa. Stavano riducendo in polvere una potenza che era venuta a portar guerra all’impero e al cristianesimo.”
L’epilogo narra di una Marysienka, parecchi anni dopo, vedova e non più giovane, che per qualche tempo insegue ancora il successo nell’alta società. Si trasferisce a Roma, dove viene ospitata nel ricco palazzo di Livio Oldescalchi ed ottiene per il padre l’ambito titolo di cardinale. L’anziano Marchese d’Arquien non fa però onore alla sua porpora, dimostrandosi un uomo tutt’altro che integerrimo, in cerca soltanto di piaceri. Marysienka, ormai settantateenne, si risolve quindi ad andare ad abitare in Francia; non sarà però accolta alla corte di Versailles: lontana dai figli, si sentirà una “povera disgraziata”, stimata e amata solo dalla giovane nipote Maria Casimira.
(Gregorio Curto_23-11—2019)

Il profeta di Nomadelfia : Don Zeno Saltini / Remo Rinaldi

“Al comitato che si è costituito per solennizzare l’ordinazione e la prima messa solenne, don Zeno impone una condizione: devono preparare un corredo per il diciottenne Barile, appena dimesso dal carcere. Lo devono vestire a nuovo e deve assistere, tra gli invitati d’onore, alla prima messa solenne nella cattedrale di Carpi. In caso contrario, minaccia di depositare i paramenti sacri sull’altare e di partire con Barile, in bicicletta, per celebrare la messa solo con lui in una chiesetta qualsiasi”.
È il mese di gennaio del 1931 e don Zeno Saltini, nato nella Frazione di Fossoli del Comune di Carpi il 30 agosto del 1900, già offre un bel biglietto da visita, una chiara anticipazione di quanto mostrerà via via con più chiarezza nei suoi oltre ottant’anni di vita: un temperamento risoluto, instancabile nel servizio dei poveri, amareggiato ma docile all’autorità della Chiesa, tutto dedito alla missione di costruire una società che abbia per legge la fraternità. Barile è il primo “figlio” di don Zeno, la cui opera si fonda già negli anni Trenta, con la costituzione di una famiglia di minori, accolti dalla sorella Nina e da molte altre “mamme per vocazione”. La Comunità prende il nome di Opera Piccoli Apostoli, si insedia in San Giacomo Roncole nel Comune di Mirandola ed ottiene una prima approvazione ecclesiastica nel 1937.
C’è poi lo scompiglio della guerra, durante la quale don Zeno si reca nel sud del Paese, sosta per qualche tempo a Roma, torna a San Giacomo (nel maggio del 1945), inizia a partecipare attivamente al dibattito politico sulla costituenda Repubblica con un disegno chiaro, che espone in diversi scritti e in molte piazze. Il 27 giugno scrive al suo vescovo, monsignor Dalla Zuanna, che di don Zeno è un sincero ammiratore: “Io spero di creare un movimento di masse travolgente tale da buttare a mare tutti i partiti esistenti, i quali, appunto perché inconciliabilmente opposti tra loro nelle ideologie che li animano, stanno buttando l’Italia alla completa rovina. Io credo all’onnipotenza del lievito di Cristo nelle masse, per questo mi tuffo tra le masse spingendole alla soluzione della secolare lotta tra capitale e lavoro”. I fatti non sono meno rivoluzionari delle parole. Per dare ai suoi 316 figli a ad oltre 200 suoi collaboratori una dimora adeguata, nel mattino del 19 maggio 1947 don Zeno si insedia con loro nell’ex campo di prigionia di Fossoli, senza aspettare la richiesta autorizzazione del ministro competente, Mario Scelba, allora e in seguito insensibile o apertamente ostile al sacerdote carpigiano. Inizia così la storia di Nomadelfia, la città dove la fraternità è legge, che si dà una prima Costituzione il 14 febbraio del 1948: una storia caratterizzata da una ricchezza e da un travaglio inenarrabili. Basti a questo scopo ricordare i parecchi personaggi insensibili, indifferenti e pesino apertamente ostili a don Zeno, nella politica e nella stessa Chiesa; ma anche molti amici e attivi collaboratori, come Padre Davide Maria Turoldo e la contessa Albertoni Pirelli. Mentre le ambizioni del fondatore di Nomadelfia sono inarginabili, come si evince anche dai sempre nuovi accolti, le difficoltà economiche e di gestione dell’Opera crescono. Così con una infausta intesa tra politici e uomini di Chiesa, per disposizione delle autorità competenti, nell’estate del 1952 Nomadelfia deve sciogliersi: don Zeno ne viene espulso per decreto del Santo Uffizio, molti minori sono strappati alle loro madri adottive e trasferiti in strutture a loro estranee, pochi “superstiti” si trasferiscono nella tenuta di Roselle presso Grosseto. È il momento più buoi della vita di don Zeno, che obbedisce – come osserva giustamente l’autore della biografia - “perché dedica la sua vita e le sue lotte ai piccoli e agli sventurati, non per ragioni umanitarie, ma perché Dio è padre e perciò gli uomini sono fratelli. Non sminuisce il cristianesimo a sola affermazione di valori morali e sociali. Egli è anzitutto un uomo di grande fede in Dio e la fede è dimostrata non dalle parole, ma dai comportamenti che si assumono, che sono quelli voluti ed esemplificati da Gesù Cristo”. Ha però pur sempre i suoi fieri sostenitori; alcuni totalmente impotenti, ma risoluti fino a commuovere. Barile è in Francia a lavorare; viene a sapere da un giornale che “la città di Nomadelfia è rimasta senza padre”. Si reca a Roma al Santo Uffizio, chiede con insistenza di essere ricevuto da qualcuno “in alto” e può infine sventolare davanti al cardinale Ottaviani il libretto “Tra le zolle” che racconta del sacerdote che molti anni prima lo ha accolto, dicendo: “Io sono figlio di don Zeno, dove avete messo mio padre? Che cosa ne avete fatto?”. Monsignor Ottaviani – osserva Remo Rinaldi – “è intelligente, capisce che dietro a Nomadelfia non ci stanno questioni dottrinali, ma semplicemente una questione di carità: uomini e donne sventurati, piccoli abbandonati, che hanno trovato casa, solidarietà speranza, affetti. Purtroppo ha prevalso un’altra linea, che non è quella di Ottaviani”.
A carico di don Zeno grava anche un procedimento penale: è accusato di “insolvenza fraudolenta”, ma il processo si conclude, il 20 novembre del 1952, con la piena assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Per poter essere vicino ai suoi figli e più incisivo nell’arduo compito di uscire dal baratro nel quale è caduto insieme alla sua opera, poco dopo don Zeno chiede e ottiene la riduzione allo stato laicale. La risalita dal baratro è lenta e pagata a caro prezzo, ma qualcosa inizia finalmente a cambiare tra i politici italiani, come pure nell’ambito della Chiesa. Nomadelfia si ricostruisce presso Grosseto, diventa una parrocchia, si dà una nuova costituzione; il suo fondatore, revocatagli la riduzione allo stato laicale, può celebrarvi il 6 gennaio del 1962 la sua “seconda prima messa”, trattenendo le lacrime, fino a quando non si trova, tra i fedeli ai quali distribuisce l’Eucaristia, l’indomabile Barile.
Don Zeno si dimostra nella nuova Nomadelfia forse un po’ più duttile, ma è sempre fermo e caparbio nel perseguire il suo ideale. Negli anni Sessanta e Settanta nasceranno nella nuova sede presso Grosseto diverse imprese e la “Scuola familiare”, con programmi e metodi tutti particolari, mentre la missione è affidata anche a spettacoli di danze e canti, portati in tournée in molte città di tutte le regioni d’Italia.
Il 6 gennaio del 1981 don Zeno celebra il cinquantesimo anniversario di sacerdozio. Il giorno 13 subisce un infarto. Le sue ultime parole sono registrate e costituiscono il suo testamento spirituale. Muore il 15 gennaio 1981. Attorno alla bara, durante il funerale, i bimbi e i giovani di Nomadelfia danzano.
(Gregorio Curto_30-08-2019)

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