Gregorio Curto

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Moby Dick, o, La balena / Herman Melville ; presentazione Geminello Alvi ; prefazione e traduzione Cesare Pavese

Intrecciate alle avventure dei protagonisti della vicenda narrata, l’autore di Moby Dick offre al lettore una miniera di notizie relative alle balene e alla caccia senza regole della quale sono state vittime, al tempo in cui erano ambite specialmente per l’olio che fornivano come combustibile.
L’io narrante Ismaele, giunto a Nantucket, cittadina portuale della costa atlantica degli Stati Uniti, decide di imbarcarsi su una baleniera, dopo aver vissuto altre avventure in mare, su imbarcazioni mercantili. Prima che il Pequod (questo il nome della nave prescelta) prenda il largo, fa conoscenza con il ramponiere Quiqueg, un tipo alquanto strano, al quale tuttavia si trova presto legato da sincera amicizia. Al porto, e poi sul Pequod, compaiono via via gli altri personaggi del romanzo, tra i quali spiccano i tre ufficiali (Strbuck, Stubb e Flask) e sopra tutti il capitano Achab, munito di una vistosa protesi, da quando Moby Dick, la temutissima balena bianca, lo ha privato di una gamba, come ci viene più avanti narrato in un flash back:
Con le sue tre lance sfondate intorno e uomini e remi turbinanti nei gorghi, un capitano, afferrando dalla prora spaccata il coltello della lenza, s’era lanciato sulla balena, come un duellista dell’Arkansas sull’avversario, ciecamente tentando con una lama di sei pollici di raggiungere la vitalità, profonda una tesa, del mostro. Quel capitano era Achab. E fu allora che, passandogli sotto di colpo la sua mandibola falcata, Moby Dick gli aveva falciato la gamba, come un mietitore di uno stelo d’erba in un campo. Nessun turco dal turbante, nessun prezzolato veneziano o maltese avrebbe potuto colpirlo con più apparente malvagità.
Da quel giorno Achab non vive che per ri-incontrare e affrontare nuovamente la balena bianca, certo che l’avrebbe uccisa. Non esita perciò, dopo che la nave ha già preso il largo, a comunicare a tutto l’equipaggio questa sua ferma intenzione, perseguita in modo maniacale. Radunati tutti gli uomini in coperta, mostra loro un doblone incastonato nel legno del Pequod, promettendolo in ricompensa a chi per primo avesse avvistato il mostro. La baleniera si trattiene in mare parecchi mesi, facendo sue diverse prede, con tecniche che vengono meticolosamente descritte dall’autore: le lance che vengono dalla nave calate in mare, perché i ramponieri ritti su di esse possano da distanza ravvicinata colpire la loro preda, le operazioni con le quali la balena uccisa viene issata a fianco della nave, gli accorti interventi per estrarre dai giganti delle onde il prezioso olio, che viene poi raccolto in grossi barili.
Achab si scontra più volte con l’ufficiale Starbuck, che tenta fino all’ultimo di dissuadere il capitano da un’impresa ritenuta folle. Del grande pericolo al quale si va incontro, si prende coscienza specialmente dopo il racconto, appreso dall’equipaggio di diverse baleniere incontrate in mare aperto, della ferocia del mostro e dei danni irreparabili che questo ha recato a diverse latitudini. Achab si mostra però inflessibile. Rinnova infatti la promessa del doblone: dapprima a chi avvisti per primo Moby Dick, poi a chi colpisca e sappia uccidere il mostro, che sarà però lui stesso a ferire, dopo averlo avvistato per primo. La caccia si prolunga per più giorni, ma non ha un esito felice. Moby Dick travolge infatti il Pequod e l’intero equipaggio, causando un naufragio al quale scampa il solo io narrante.
Commoventi alcuni personaggi secondari: tra questi Pip, il marinaio reso folle da una sua caduta in mare durante una caccia e prediletto da Achab, e il capitano della “Rachele”, ansiosamente alla ricerca di un figlio, strappatogli dalle onde durante una recente caccia alla Balena bianca.
Il romanzo è scritto con un periodare ricercato, denso di termini inconsueti, di non immediata comprensione (non solo quelli appartenenti al gergo nautico); si fa tuttavia ben apprezzare dal lettore questa ricercatezza, manifestata anche in periodi densi di citazioni dotte e di similitudini, come nel passo che segue:
A proposito di questi ultimi leviatani, essi hanno due salde roccaforti che, secondo ogni umana probabilità, resteranno per sempre inespugnabili. E come all’invasione delle vallate i frigidi svizzeri si ritiravano sulle montagne, così, cacciate dalle savane e dalle radure dei mari di mezzo, le balene da osso possono infine ricorrere alle loro cittadelle polari e, tuffandosi sotto quelle estreme barriere e pareti vitree, risalire tra i campi e i banchi di ghiaccio e, in un cerchio incantato di eterno dicembre, lanciar la sfida ad ogni inseguimento umano.
(Gregorio Curto_03-05-2020)

Il miracolo della speranza : il cardinale François-Xavier Nguyen Van Thuan apostolo di pace / Andre Nguyen Van Chau

   Intrecciata alla storia del Vietnam e in gran parte in un Paese travagliato da cambiamenti epocali e vertiginosi, si svolge la vita di Francois-Xavier Nguyen Van Thuan, che il volume scritto da Van Chau ci presenta con ampiezza (prendendo le mosse dagli antenati – cristiani perseguitati – del biografato) e con dovizia di particolari. Francois-Xavier nasce il 17 aprile del 1928 in un sobborgo della città di Hue, nel Vietnam centrale. A tredici anni entra in seminario, sostenuto dalla solida fede testimoniatagli dai suoi genitori e da altri illustri personaggi della famiglia. L’amore per la sua terra e il suo popolo è un altro elemento fondamentale che Van Thuan assimila da genitori, nonni e zii, alcuni dei quali (specialmente gli zii Diem e Cam) assumono cariche di grande prestigio e responsabilità, che – negli anni della guerra civile e dell’avvento del comunismo – costeranno loro persecuzioni ed anche il sacrificio della vita.
   Francois-Xavier porta avanti i suoi studi (prima ad An Ninh nel seminario minore, poi a Hue in quello maggiore) avendo poche occasioni di tornare a casa e rincontrare i suoi familiari; partecipa tuttavia intensamente a quelle che sono le vicende dei suoi congiunti e si interessa costantemente alla situazione politica del Vietnam, che passa in pochi anni dalla condizione di colonia francese a quella di terra devastata dalla guerra civile nella quale intervengono le forze armate statunitensi, a Paese governato dai comunisti chiamati comunemente Vietcong.
   Per quanto riguarda le tappe del suo ministero e gli incarichi che gli vengono affidati, viene ordinato sacerdote nel 1953 e si reca quindi a Roma alcuni mesi a studiare alla Pontificia Università Urbaniana; nel 1960 viene nominato rettore del seminario minore dove egli stesso aveva studiato, nel 1967 vescovo di Nha Trang, carica che gli consente in pochi anni di incrementare i seminaristi della sua diocesi e di ordinare un gran numero di sacerdoti, con una “politica ecclesiale” che si rivelerà di grande utilità nell’immediatamente seguente periodo di persecuzione della Chiesa.
   Divenuto nel 1975 vescovo ausiliare di Saigon (e destinato a divenire successore del vescovo allora in carica) Van Thuan si adopera anche per una missione umanitaria di soccorso alle popolazioni flagellate dalla guerra. Poco dopo viene arrestato ed iniziano per lui lunghi anni di confino o di domicilio coatto, alternati a periodi di detenzione in condizioni durissime: isolamento assoluto, spazi angusti, cibo scarso e sporcizia, ambienti malsani e bui. Francois-Xavier affronta ogni situazione con grande coraggio, ma il suo biografo (certo per averne ascoltato il racconto direttamente dal protagonista) non nasconde che il Vescovo arriva quasi allo sfinimento delle forze fisiche e alla perdita della lucidità necessaria per pregare. Negli spazi che a tratti gli lasciano i suoi persecutori (come accade ad esempio durante gli arresti domiciliari prima nella parrocchia di Cay Vong, quindi a Giang Xa) Van Thieu riesce non di meno ad essere un testimone della fede cristiana ed un apostolo. Scrive sul retro di vecchi foglietti di calendario i diversi capitoli di quello che diventerà un libro pubblicato all’insaputa e a dispetto delle autorità civili (Il cammino della speranza), raccoglie a sé numerosi fedeli che può periodicamente incontrare e confortare, riesce persino a toccare il cuore degli agenti incaricati di sorvegliarlo.
   La liberazione giunge inaspettata il 21 novembre del 1988, ma Van Thuan non potrà più dimorare nel suo amato Vietnam. Si reca dapprima in Australia per salutare la madre ed altri suoi familiari in esilio, quindi a Roma dove il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, ritenendo imprudente un suo ritorno in patria, gli affida cariche di grande responsabilità (dapprima vice-presidente, poi Presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace). Divenuto cardinale nel gennaio del 2001, muore a causa di una rara forma di cancro il 16 settembre 2002.
   La vita di Van Thuan è un vero “cammino della speranza”, come recita il titolo del volume già ricordato. Nella scrupolosità della sua formazione spirituale, nello zelo apostolico, nelle prove della persecuzione e della detenzione, egli ha dato prova di non anteporre nulla all’amore di Cristo amando la sua famiglia, il suo Paese, i fedeli della diocesi, gli uomini (soprattutto poveri e tribolati) del mondo intero, perfino i nemici: tutto questo non senza un itinerario di conversione nel quale è stato guidato anzitutto dalla madre, che prima di lui ha saputo perdonare chi ha perseguitato e ucciso gli amatissimi e integerrimi membri della famiglia, osteggiati dai Vietcong.
(Gregorio Curto - 12-10-2008)

Piccole donne / Louisa May Alcott ; illustrazioni di James's Prunier

Negli Stati Uniti d’America è in corso la Guerra di Secessione. La signora March, il cui marito è partito volontario per il fronte, trascorre in casa il giorno di Natale insieme alle sue quattro figlie: Meg, Jo, Beth e Amy, di età compresa tra i sedici e i dodici anni. La famiglia, che viveva un tempo in condizioni agiate, si trova ora a vivere poveramente. Meg e Jo, oltre ad aiutare la mamma nei lavori domestici, aiutano con un impegno assunto stabilmente fuori casa: la prima come badante della zia March, la seconda come baby sitter di una famiglia di agiata condizione sociale. Beh e Amy studiano (solo la prima andando in una scuola), ma anch’esse sanno farsi carico, per quanto lo consente la loro giovanissima età, dei problemi familiari. I primi capitoli tratteggiano con vivacità le caratteristiche e il temperamento di ciascuna delle quattro sorelle e della madre, che sanno vivere in unità ed in armonia, sebbene emergano a volte dei contrasti e degli screzi. Mamma March è però sempre dolce ed abile con le sue figlie: le rimprovera quando sbagliano, ma sempre incoraggiandole, e sa educarle ad una vita serena, fondata su valori che reggono l’urto del tempo, richiamandole ad avere fiducia nel Padre che tutti abbiamo in Cielo.
Il piccolo mondo di casa March, dove vive anche la domestica Hnnah, si popola poi di altri personaggi: il vicino di casa Laurie, coetaneo di Meg, che vive con il nonno e il giovane precettore John Brooke; la zia March, che rivela sempre più il suo carattere dispotico e i suoi ideali per nulla in sintonia con quelli delle nipoti; le frivole amiche di Meg e Jo, tutte dedite ad organizzare feste e vacanze e ad apparir belle in abiti eleganti. La vicenda si svolge nell’arco di un anno, segnato anzitutto dal ritmo della vita quotidiana, costituito non solo dal lavoro e dal riposo, ma anche dallo studio, da concitati dialoghi, da appassionanti letture, da spettacoli avvincenti, allestiti in casa dalle ragazze per pochissimi spettatori. Irrompono però non di rado eventi drammatici, come un aspro litigio fra Jo ed Amy, (che, poco dopo, cade nell’acqua gelida di un laghetto, al frangersi del ghiaccio in superficie), le notizie relative al padre lontano che si è ammalato gravemente, la scarlattina contratta da Beth. Ogni prova è tuttavia affrontata con coraggio dalla famiglia, che si mostra sempre salda e unita nelle robuste radici poste non solo dalla mamma, ma anche dal padre, lontano da casa ma ben presente con l’esempio che ha dato e attraverso le lettere inviate di tanto in tanto.
Il Natale dell’anno seguente, ultimo giorno della vicenda narrata nel libro, riserva non poche sorprese: tutte belle (specialmente in riferimento a papà Match e a Beth), alcune tali da suscitare, con la gioia, anche tanta trepidazione (in Meg e John e nella “spiazzata” Jo).
(Gregorio Curto_24-02-2020)

Il libro della giungla / Rudyard Kipling

Nella giungla di Kipling gli animali - e ce ne sono in grande quantità – parlano ed hanno tratti di profonda umanità, proprio come nella lunga tradizione delle fiabe: di Esopo e di Fedro, di Andersen, dei fratelli Grimm; ma come sono ben tracciati i caratteri della specie alla quale appartengono! Nel primo capitolo, il più noto, un cucciolo d’uomo viene allevato da una famiglia di lupi. Il capo-branco Akela, aiutato dall’orso bruno Baloo e dalla pantera Bagheera, salva il piccolo (che viene chiamato Mowgli) dalle grinfie della tigre Shere Kan, facendolo crescere forte e onesto. Alcuni anni dopo è ancora il capo-branco dei lupi, con l’aiuto di atri animali, a salvare Mowgli dalle insidie delle scimmie, che hanno rapito il bambino portandolo nelle loro Tane Fredde, un luogo desolato e disordinato, edificato e poi abbandonato dagli uomini. Esseri umani pienamente attivi vivono però nel villaggio adiacente la giungla, dove Mowgli non si trova affatto a suo agio, quando viene allontanato dall’ambiente naturale nel quale è cresciuto; questo avviene al sopraggiunta della vecchiaia di Akela, che a Mowgli resterà però sempre legato da saldi vincoli di affetto e riconoscenza.
Il successivo capitolo del libro porta il lettore tra le acque degli oceani e in terre estreme ed isolate, dove vivono, numerosissime, le foche. L’ingordigia degli uomini dà loro una caccia spietata, dalla quale trovano scampo solo gli audaci animali che si avventurano a seguire l’intraprendente Kotick, un esemplare che in ancor giovane età trova una regione mai raggiunta dai cacciatori. Il viaggio di Kotick è avventuroso e pieno di sorprese, non meno della lotta che si ingaggia, nel successivo episodio del libro, tra due voraci serpenti cobra e la piccola mangusta Rikki-Tikki-Tavi. Campo di battaglia sono la casa e l’adiacente giardino, dove abitano il giovanissimo Teddy e i suoi genitori, salvati dal morso dei serpenti proprio dalla piccola Rikki, che uccide i suoi avversari al termine di una lotta sanguinosa. L’episodio successivo ha per protagonista l’anziano elefante Kala Nag e il ragazzo che lo conduce, di nome Toomai. Anche in questo contesto compaiono uomini senza scrupoli, che catturano in grande quantità i grossi erbivori, per asservirli ai loro scopi. Toomai ha però un grande rispetto per il suo Kala Nag ed otterrà in premio di assistere, in una notte rischiarata dalla luna, alla mitica “danza degli elefanti”.
Originale e spassoso otre ogni immaginazione l’ultimo episodio: una conversazione mozzafiato tra un cammello, un mulo, un cavallo, due buoi e un elefante (chiamato “due code” per via della proboscide), che difendono ciascuno le proprie idee. I contendenti non si risparmiano infatti pesanti ma divertenti insulti, come “Brumby” (cavallo selvaggio e bastardo), detto dall’asino al cavallo, e “figlio di un somaro di Malaga” pronunciato in risposta dal purosangue al mulo. Terminata la fitta contesa di parole, tutti sono però compostissimi alla parata militare, che si snoda alla presenza delle più alte autorità politiche e civili.
(Gregorio Curto_26-01-2020)

Pippi Calzelunghe / Astrid Lindgren

Pippi Calzelunghe, la protagonista che dà il titolo alla più nota opera di Astrid Lindgren, fin dalle prime pagine del libro si mostra un personaggio eccentrico e bugiardo; imbattendosi nei suoi vicini di casa Thommy a Annika, bambini come lei, ammette infatti lei stessa di non aver detto la verità, quando ha raccontato che nell’India Orientale tutti camminano a testa in giù. Non si sa bene perciò se crederle quando racconta che ha per mamma un angelo e per papà il Re di una tribù di neri, mentre l’eccentricità si manifesta in modo eclatante nel suo vestiario (due lunghe calze di diverso colore e un paio di scarpe troppo grandi per i suoi piedini) e nel suo stile di vita: abita infatti in una grande casa (chiamata Villa Villacolle) senza altri familiari (avendo però con sé un cavallo e una scimmietta che chiama “il signor Nillson”), non frequenta alcuna scuola, dorme coi piedi sul cuscino e la testa all’altra estremità del letto, dispone di una abbondante ricchezza, costituita di monete d’oro che trae a volontà da una valigia riposta accuratamente nella sua camera. Racconta lei stessa di avere navigato per tutti i mari del globo, di essere approdata in tutti i continenti, di aver perso in un naufragio il padre, che però certo un giorno tornerà da lei.
Altri tratti distintivi di Pippi, che ben si associano alla sua eccentricità, sono la forza (dato che sa sollevare con una sola mano il suo cavallo), la cordialità, l’intraprendenza, la capacità di una amicizia, che si rinsalda sempre più con Tommy e Annika e si estende presto a molti altri bambini incontrati dall’affiatatissimo terzetto. Emblematiche, a questo proposito, sono le vicende degli alunni bocciati a scuola (che ricevono da Pippi monete e dolci a bizzeffe), dei ladri che irrompono in Villa Villacolle (non riescono infatti a derubarla, ma ottengono in premio – perché l’hanno fatta divertire – una moneta d’oro ciascuno), delle compere per i negozi del paese (che terminano con regali e caramelle distribuiti a tutti i bambini che Pippi incontra). L’intreccio ha una svolta quando a Villa Villacolle arriva veramente il padre di Pippi, una prima volta per fermarsi da lei solo pochi giorni, dopo qualche tempo una seconda volta, per portarla con sé, insieme a Tommy e Annika, nell’isola abitata da una tribù di neri, della quale è diventato re…
Pippi Calzelunghe è un libro divertente, ma fa anche pensare, avendo a tema la fantasia, l’intraprendenza, l’astuzia e la forza, l’amicizia e, da ultimo, l’infanzia e la crescita. “Non voglio mai diventare grande” – dice infatti Tommy nell’ultimo capitolo – e Pippi lo rincalza aggiungendo: “le persone grandi non si divertono mai. Hanno solo molto da lavorare, abiti buffi, i calli e le tasse…”.
(Gregorio Curto_26-01-2020)

Il cuore del mondo: antologia degli scritti / John Henry Newman

Ardua e ammirevole l’impresa di Onorato Grassi, che ha curato Il cuore del mondo, una antologia di scritti di John Henry Newman, il teologo inglese deceduto quasi novantenne nel 1890, convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo, tanto stimato dai fedeli di entrambe le confessioni. Il libro si articola in cento brevi capitoli, che comprendono considerazioni che spaziano dalla scienza alla fede, dalla ragione ai sensi, dalle origini e benefici del cristianesimo fino all’autorità nella Chiesa. I passi riportati sono estratti da diverse delle numerosissime opere di Newman (alcune certo di non immediata comprensione a chi non abbia alle spalle qualche nozione di filosofia), principalmente la Grammatica (più nota in traduzione italiana come Grammatica dell’assenso), la Apologia pro vita sua, i Sermoni (“Anglicani, Cattolici e Universitari”). Ecco un passo significativo, di capitale importanza per l’acquisizione della “certezza per fede”, non meno ragionevole della certezza che si acquisisce con gli strumenti delle scienze empiriche.
-La ragione non percepisce realmente alcuna cosa, ma è la facoltà di procedere dalle cose percepite a quelle che non lo sono, l’esistenza delle quali essa ci garantisce in base all’ipotesi che un altro fatto sia conosciuto come esistente, o, in altre parole, assunto come vero. (…) Essa è perciò la facoltà di acquisire conoscenze su basi date, il suo esercizio consiste nell’asserire una cosa a causa di qualche altra cosa e, quando tale esercizio è condotto correttamente, porta alla conoscenza, altrimenti all’apparenza, all’opinione o all’errore. Ora, se questa è la ragione, un atto o processo di fede, semplicemente considerato, è certamente un esercizio della ragione.
In un altro passo (il capitoletto 31 dell’antologia curata da Onorato Grassi), il teologo inglese precisa quanto sia importante la conoscenza sensibile, rilevandone però tutte le implicazioni che la connettono alla ragione umana.
-Uno dei primi atti della mente umana è quello di afferrare e far proprio ciò che si presenta ai sensi, e qui sta la distinzione fondamentale tra il loro uso da parte dell’uomo e da parte di un bruto. Gli animali bruti si fissano su ciò che vedono, e sono bloccati dai suoni; e quello che vedono e odono sono principalmente visioni e suoni soltanto. L’intelletto dell’uomo, al contrario, rende operanti tanto l’occhio quanto l’orecchio, e percepisce nelle visioni e nei suoni qualche cosa al di là di essi. Esso apprende e unisce quel che i sensi gli presentano; afferra e forma quel che non è necessario sia stato visto o udito tranne che nelle sue parti costitutive. Distingue nelle linee e nei colori, o nei toni, quel che è bello e quel che non è tale. Conferisce loro un significato, un’idea.
   Altrove (nella Apologia) l’autore racconta del suo abbandono dell’Anglicanesimo, a seguito di un lungo travaglio che lo porta a professare la fede cattolica e la sottomissione al papa.
-Com’era mirabile quello che mi accadde! Io non lo avevo cercato; leggevo e scrivevo, secondo le mie abitudini di studioso, su quel che si chiama un “argomento metafisico”, fuori dalle controversie del tempo; ma vidi chiaramente che nella storia dell’eresia ariana, gli ariani puri erano i protestanti, i semi-ariani erano gli anglicani e Roma era sempre la stessa, allora come oggi. La verità non stava nella ‘Via Media’, ma nel cosiddetto ‘partito estremo’.
È poi parimenti fondamentale, a questo proposito, in Newman, la presa di coscienza della Chiesa come organismo vivente; è questo infatti che gli consente di abbandonare la "via media" per abbracciare la fede e l’autorità suprema del Vescovo di Roma. I dogmi formulati dall'autorità della Chiesa non sono più considerati come una interpretazione arbitraria di uomini fallibili, ma come il necessario sviluppo di un essere vivente che può e deve crescere con uno sviluppo armonioso e costante. Riprendendo la questione in un’altra sua opera, il teologo inglese si proclama certo che “l’attuale comunione romana è di fatto quella che maggiormente si avvicina alla Chiesa dei padri” e che “se Sant’Ambrogio e Sant’Atanasio tornassero all’improvviso in vita non vi ha dubbio quale confessione riconoscerebbero come la loro”.
Non meno interessanti - e finalmente anche di scorrevole lettura - le pagine che trattano dei primi cristiani e del benefici del cristianesimo nella storia.
-Il pensiero o l’immagine di Cristo fu il principio della conversione e della compagnia [dei primi Cristiani] e ottenne il suo successo più grande tra le classi inferiori, che non avevano potere, influenza, reputazione o educazione. (…) Sappiamo tutti che questo fu appunto il caso di Nostro Signore e dei Suoi Apostoli. (…) Che i convertiti appartenessero al loro stesso ceto viene riferito, in loro favore o a loro discredito, da amici e nemici, per quattro secoli.
Interminabile l’elenco dei benefici portati dai seguaci di Cristo: “Quel corpo militante ha fin dall’inizio riempito il mondo, ha ottenuto splendidi successi e i suoi insuccessi, in complesso, sono stati di estremo beneficio per la razza umana. Esso ha impartito una nozione intelligente del Dio Supremo a milioni di persone che sarebbero vissute e morte senza religione; ha elevato il tono della moralità dovunque è giunto; ha abolito grandi anomalie sociali e miserie; ha elevato il sesso femminile alla sua propria dignità; ha protetto le classi più povere, distrutto la schiavitù, incoraggiato la letteratura e la filosofia e ha avuto un ruolo fondamentale in quella civilizzazione del genere umano che, pur con alcuni mali, ha tuttavia prodotto un bene nel complesso più grande”.
(Gregorio Curto_05-01-2020)

La spada e la scimitarra / Simon Scarrow

Appassiona sempre più, mano a mano che si procede nella lettura, il romanzo storico La scimitarra e la spada, ambientato nei mari e sulle coste del Mediterraneo, nella seconda metà del XVI secolo. La vicenda ha per protagonista Benedetto, un cristiano fatto prigioniero da pirati musulmani, quando la nave sulla quale viaggiava, la Padrona dei due mari, viene arrembata e acquisita come bottino. Benedetto confida però di poterla recuperare, quando Dio vorrà, e si ripromette di non lasciare nulla di intentato per raggiungere il suo scopo. Frattanto è però comprato da un ricco e intraprendente musulmano (Siman Rais, detto “Il Vaioloso”), che pure lo tratta con una certa mitezza, avendo notato le rare qualità e competenze di Benedetto, che può serbare la sua fede cristiana. La vicenda arriva ad una svolta quando Benedetto viene ingiustamente accusato di un omicidio. Preso alle strette, per salvare la propria vita, si dichiara convertito all’islamismo, ma non può scampare alla sorte di essere collocato ai remi di una nave, sul cui pennone sventola la bandiera con la mezza luna, sottoposto a condizioni di vita durissime. A seguito di altre rocambolesche vicende torna libero, dopo essersi gettato in mare con la bella Ines, che sottrae alla schiavitù dei Mori e può riconsegnare al padre, un agiato mercante di Messina.
Queste, ed altre vicende che a queste seguono, Benedetto racconta ad un tribunale ecclesiastico, presso il quale deve sostenere la sincerità della propria richiesta di essere riammesso nella Chiesa cattolica: è stato infatti sorpreso ad arrembare, da una nave musulmana, una imbarcazione cristiana con la scimitarra in mano (pronto – all’apparenza – a far strage di chiunque gli si parasse innanzi) e si è dichiarato di fede cattolica solo quando gli avversari lo avevano ormai circondato, senza dargli scampo. Il processo si prolunga per diversi giorni, tra il racconto avvincente e a tratti commovente di Benedetto, le più rare ma assai dure parole del canonico che lo accusa, la più equilibrata, paziente posizione del Vescovo, al quale spetta giudicare il caso. Convinto della sincerità di Benedetto e della giustificazione che questi porta per difendersi dall’accusa che gli viene mossa, ma ritenendo la prova poco credibile per convincere l’accusatore, il Vescovo conclude il processo concedendo a Benedetto la possibilità di riscattarsi arruolandosi come rematore in una delle navi che affronteranno la flotta musulmana nell’epico scontro che passerà alla storia come la battaglia di Lepanto del 1571.
Il romanzo si fa da qui sempre più avvincente, mettendo in luce le abilità e i nobili sentimenti di Benedetto, che cava dagli impicci più di una vola il comito della nave sulla quale viaggia, ottenendo di essere sottratto ai remi e di assumere l’incarico di capocannoniere. Le vicende belliche si intrecciano poi con quelle della vita affettiva dei personaggi; Benedetto infatti porta in salvo una seconda volta Ines e, mentre la flotta cristiana si sta raccogliendo a Messina, trova il modo di trar fuori dai guai il padre di una sua amica, finito in carcere per debiti. Gli ultimi capitoli del romanzo narrano la preparazione e lo svolgimento della memorabile battaglia di Lepanto: il raccogliersi della flotta cristiana, costituitasi per iniziativa del Santo Padre, al comando del giovanissimo don Giovanni d’Austria; le tensioni (e le riconciliazioni) che coinvolgono gli altri comandanti (specialmente il veneziano, anziano Venier) e i marinai, non di rado indisciplinati; la preparazione della strategia bellica e lo scontro divenuto incandescente negli arrembaggi, specialmente quello che aggancia le due ammiraglie, la Real e la Sultana. Lepanto è per la cristianità un grande trionfo e costituisce l’inizio di una nuova avventura, pacifica, appagante, per Benedetto, che può riconquistare, predandola ai nemici, la nave Capitana di Roma (sulla quale era stato fatto prigioniero dei musulmani) ed avere ricambiato l’affetto che nutre per Ines.
La scimitarra e la spada è appassionante, ricco di una terminologia rigorosa (che riguarda ad esempio il lessico marinaresco e i cibi consumati dai protagonisti), puntualmente documentato nei riferimenti storici, a volte segnalati in nota. Apprezzabili, specialmente negli ultimi capitoli, le citazioni dalle fonti, inserite “virgolettate” nel fluire della narrazione, come accade – a battaglia terminata – nel racconto del ritorno trionfale nel porto di Messina: “La mattina seguente uscirono tutte le galee dal porto e con gli stendardi e le bandiere fecero l’entrata con bellissimo ordine ripartite in due corni, che tenevano in mezzo la general del sig. Giovanni e la general del sig. marcantonio Colonna, strascinando sua altezza la general de’ Turchi e le altre galee nemiche per la poppa con le antenne riverse e con le loro bandiere in acqua e con l’entrar del porto fecero una bellissima salva d’artiglieria. Dopo questo la Real, insieme con quella del sig. Marcantonio , si ritirò verso Porto Reale dove smontati a terra furono ricevuti molto allegramente e accompagnati processionalmente fino alla chiesa maggiore della città dove sii celebrò la Messa in detta chiesa del reverendissimo Arcivescovo, poi si cantò il Te Deum laudamus con grandissima solennità, la qual finita don Giovanni se n’andò a palazzo accompagnato da tutta la nobiltà”.
(Gregorio Curto_03-01-2020)

Vincere, ma non solo - Javier Zanetti

In "Vincere, ma non solo" affiorano qua e là i ricordi di una luminosa carriera da calciatore, che si intrecciano con le responsabilità assunte dalla nuova professione, intrapresa dopo l’ultima partita, giocata il 14 maggio 2014. Da allora infatti Javier Zanetti, per molti anni capitano dell’Inter e della Nazionale Argentina, è nella squadra milanese uno stimato dirigente, con la qualifica di vice-president. Da sportivo e da uomo appassionato alla realtà, nel suo libro Javier trasmette al lettore molti suggerimenti, che attinge dalla sua esperienza. Ricorda ad esempio la passione per il calcio, nata in lui quando era ancora bambino e giocava con i coetanei a Dock Sud, il quartiere povero di Buenos Aires dove è nato. Grande stima dimostra di avere sempre avuto per i suoi genitori: il fratello maggiore, anche lui calciatore, la mamma, il papà di professione idraulico che gli ha insegnato ad avere le scarpe sempre lucide (pulendole bene dopo ogni partita giocata), come lui teneva sempre puliti e in perfetta efficienza i suoi attrezzi di idraulico. Già con le squadre argentine nelle quali ha militato (dapprima l’Indipendente, poi i Talleres e il Banfield), Zanetti ha provato successi e delusioni, ma ha mostrato di non perdere la testa nella prosperità e di non abbattersi nelle sconfitte. Nel capitolo “Non temere mai le sfide” racconta di una sconfitta molto amara, che si è però rivelata quanto mai istruttiva, quella della partita con la Lazio, allo Stadio Olimpico di Roma, il 5 maggio del 2002, terminata 4 a 2. “Da quella sconfitta – scrive Zaneti – ho tratto un insegnamento fondamentale: non bisogna piangersi addosso, non macerarsi nella lagna per le ingiustizie vere o presunte, e che rischiano di diventare una zavorra nell’operazione indispensabile di girare pagina e andare avanti. Un leader come me è chi sa aiutare la squadra a ingoiare i bocconi amari e dimenticarli. Se ci si guarda intorno, chiunque troverà esempi di amici o conoscenti che davanti alla sconfitta si sono rifugiati nell’alibi, amaro ma consolatorio, dell’ingiustizia o addirittura del complotto di cui sarebbero rimasti vittima. A volte queste spiegazioni hanno un aggancio con la realtà, a volte no, ma di una cosa sono sicuro: chi vi si aggrappa non ha nessuna speranza di risorgere né di riscattarsi”. Altra delusione quella della partita di Champions League contro il Milan nel 2003, pareggiata 1 a 1 ma che comportò l’esclusione dalla Coppa. Al fischio finale dell’arbitro, l’Inter fu applaudito dai tifosi: “ci stavano dicendo – ricorda Javier – che avevamo vinto qualcosa di più importante dell’accesso alla finale: la partita dell’orgoglio e del dovere compiuto”.
A questa logica si accordano bene altre considerazioni, che traspaiono qua e là nel libro: non dar peso ai voti dei giornalisti ma dare sempre il massimo, in partita come negli allenamenti; allenarsi perciò sempre con assiduità e con grande impegno; rispettare gli avversari e gli arbitri, anche quando sbagliano; essere pronti a cambiare progetto, ma anche tenaci nel verificare quello che si scelto all’inizio di un cammino (non licenziando l’allenatore di una squadra, ad esempio, dopo due sole sconfitte); essere leali in campo, non buttandosi a terra per una leggera spintarella subita, anche se fallosa. Grande tenacia e passione il Capitano dell’Inter e dell’Argentina ha mostrato fino al termine della sua carriera di calciatore, dopo un grave infortunio: “Avevo quasi quarant’anni, tutti hanno creduto che la mia storia in campo fosse terminata quel giorno, invece io mi dicevo: no, Javi, non finirà così, l’ultima partita della tua vita uscirai dal campo con le tue gambe e non su una barella. Adesso mi operano, poi recupero e torno a giocare: questo pensavo e così è stato”.
Da quando è Vice-president della squadra di club nella quale ha giocato più a lungo Javier ha dovuto riqualificarsi, ancora una volta mostrando grande passione e lodevole impegno, affrontando con entusiasmo, tra altri compiti, la fatica di imparare bene l’inglese e di diventare uno studente dell’Università Bocconi. In un paio di flash l’autore fa capire anche quanto sia importante la famiglia: racconta infatti che nel quartiere di Buonos Aires dove abitava da bambino c’era una ragazza che gli piaceva parecchio: “spesso andavo a vederla giocare, anzi direi che non mi perdevo una sola partita pur non capendo quasi niente di pallacanestro: la bella ragazza si chiama Paula e oggi è mia moglie”. A lei e ad altri amici Javier deve la scelta di una fondazione, chiamata Pupi, con la quale aiuta dei ragazzi poveri residenti in Argentina, consentendo loro di praticare il calcio e favorendo la oro crescita umana e morale. Paula è poi stata determinante, insieme ai figli, nella scelta di non passare ad altre squadre, né da calciatore né da dirigente, per poter dare una stabilità alla famiglia, che risiede a Como. Con lei – confida ancora Javier – “anche adesso che ho smesso con il calcio professionistico cerco di allenarmi tutti i giorni. Mi piace fare fitness con mia moglie, abbiamo una palestra in casa e, quando ci sono delle belle giornate facciamo una camminata sul lago, tra andata e ritorno sono dieci chilometri che rappresentano già un buon allenamento, e questi sono anche i momenti solo per noi, in cui possiamo parlare, coltivare il rapporto di coppia che nell’arco della giornata è troppo spesso distratto da tanti impegni”.
Molti sono i personaggi, dello sport e non, incontrati da Zanetti. Da tutti ha imparato, che fossero compagni di squadra o avversari, giornalisti o uomini politici: tra gli altri, ammirati per la loro professionalità e tenacia, Mourinho, che ha portato l’Inter a vincere la Triplete, e Nelson Mandela, venuto a salutare i calciatori prima di una partita giocata a Johannesburg il 13 maggio 1995. “Mi sono trovato a stringere la mano a un uomo che ha cambiato la storia del suo paese e del mondo intero” – ricorda Javier –, che del leader nero ha ben impressa nella memoria una frase: “Io non perdo mai. O vinco o imparo”, perché “nessuna sconfitta è mai davvero tale se ne cogli il significato profondo e la utilizzi per non ripetere gli errori che hai commesso”.
(Gregorio Curto_03-11-2019)

Sotto le mura di Vienna: il romanzo di Giovanni Sobieski / Jan Dobraczynski

Le intricate vicende politiche e militari dell’Europa del diciassettesimo secolo, nelle quali è coinvolto Giovanni Sobieski, si intrecciano nel romanzo di Dobraczynski con la vita familiare dell’eroe polacco, al quale la cristianità deve la prestigiosa vittoria contro l’esercito turco, conquistata “sotto le mura di Vienna” l’11 e 12 settembre 1683.
Giovanni è un nobile polacco, combattente valoroso ed abile stratega, qualificato già dalle prime pagine del romanzo come etmano (cioè capo supremo dell’esercito del suo Paese), quando a regnare sulla nazione si trova Visniowicki, un monarca osteggiato da molti sudditi, che lo ritengono debole ed inadeguato alla carica che ricopre. A complicare il già intricato quadro politico della Polonia, dove fanno sentire la loro voce autorevole, tra gli altri, il Primate, il Vice-cancelliere ed altre autorità civili e religiose, si inseriscono le alleanze e le inimicizie tra le nazioni: l’Impero e la Francia, l’Elettore del Brandeburgo, la Lituania invasa dai Turchi. Ed è proprio davanti alla minaccia di questi ultimi, appoggiati dai Tartari, che Sobieski ottiene un primo clamoroso successo militare presso Chocin. Il successo procura all’etmano un grande favore, che la folla gli dimostra a Leopoli, in occasione delle esequie del re Visniowicki, da poco estinto.
Il romanzo prosegue narrando le vicende del protagonista divenuto re della Polonia, lasciando intendere che una parte rilevante nell’acquisizione di questo titolo sia da attribuire all’intraprendenza della moglie dell’etmano, la francese Marysienka, altro personaggio chiave dell’intreccio. Alternate alle vicende politiche e militari, Dobraczynski presenta infatti al lettore gli avvenimenti e i sentimenti della sfera affettiva e familiare di Sobieski. Marysienka è una donna ambiziosa ed esigente: ama l’eleganza e il lusso, desidera apparire e distinguersi nell’alta società; si rallegra dei successi del marito, ma esige nel contempo che il consorte si dedichi maggiormente alla famiglia, dimostrando di non inseguire soltanto il successo nei campi di battaglia. Dal matrimonio nascono più figli: dapprima delle femminucce, da piccole non in buona salute; poi Giacomo, che il padre porterà con sé nella campagna militare in difesa della città di Vienna, assediata dai Turchi. La salute della stessa Marysienca è a fasi alterne buona o precaria, dipendendo non poco dalle attenzioni che le dedica o non le dedica il marito, come si viene a sapere dalla fitta corrispondenza che si scambiano i coniugi durante le campagne militari che impegnano Sobieski.
Il culmine del successo è raggiunto dal re polacco quando egli si assume in prima persona l’impegno di raccogliere il consenso di numerosi stati cristiani nella lotta contro i turchi, che assediano la città di Vienna. L’iniziativa di aggregare più forze militari nazionali, auspicata e favorita anzitutto dal papa Innocenzo XI, ha buon esito; l’esercito raccolto è tuttavia molto meno numeroso di quello turco, che da parecchie settimane assedia Vienna . Suscitano perciò grande emozione e trepidazione le pagine che narrano della inaspettata strategia di Sobieski (attraversare i boschi di una impervia altura) per attaccare il nemico all’improvviso su tutta l’estensione della pianura; mentre nell’accampamento turco il comandante Kara Mustafà vive ore sempre più drammatiche, che lo porteranno ad uccidere con una freccia la sua compagna (la bella Lelila) a lasciare il comando a Sari Hussejn, a fuggire portando con sé “la bandiera del Profeta”. L’accampamento turco è presto saccheggiato dalla cavalleria dell’esercito comandato da Sobieski, i nemici si danno alla fuga, la città di Vienna è liberata dell’assedio turco. Tutto questo avviene in poche ore, tra il pomeriggio dell’11 e le prime ore del giorno 12 di un settembre freddo e umido. All’invasione dell’accampamento turco partecipano baldanzosi anche i cavalieri pesanti della Baviera al grido Gott mit uns. “Quindi passarono di corsa reggimenti su reggimenti: polacchi, bavaresi, sassoni, imperiali. L’immensa massa della cavalleria, quasi un largo blocco di lava, spezzò in un sol colpo le linee nemiche e, inseguendo gli avversari in fuga, li raggiunse fin nell’interno dell’accampamento turco. Sari Hussejn cercò di contrapporre alla carica la sua cavalleria, ma i cavalieri turchi vennero dispersi e calpestati. Il fragore degli zoccoli, il grido dei cavalieri alla carica, le urla dei calpestati andarono a formare un unico frastuono. Fu impossibile respingere quell’attacco. Il sole tramontò dietro i colli, l’aria cominciò a farsi scura, mentre i cavalieri infuriavano impetuosi nell’accampamento, calpestavano gli uomini, abbattevano le tende, distruggevano i recinti, da cui il bestiame fuggiva in massa. Stavano riducendo in polvere una potenza che era venuta a portar guerra all’impero e al cristianesimo.”
L’epilogo narra di una Marysienka, parecchi anni dopo, vedova e non più giovane, che per qualche tempo insegue ancora il successo nell’alta società. Si trasferisce a Roma, dove viene ospitata nel ricco palazzo di Livio Oldescalchi ed ottiene per il padre l’ambito titolo di cardinale. L’anziano Marchese d’Arquien non fa però onore alla sua porpora, dimostrandosi un uomo tutt’altro che integerrimo, in cerca soltanto di piaceri. Marysienka, ormai settantateenne, si risolve quindi ad andare ad abitare in Francia; non sarà però accolta alla corte di Versailles: lontana dai figli, si sentirà una “povera disgraziata”, stimata e amata solo dalla giovane nipote Maria Casimira.
(Gregorio Curto_23-11—2019)

Il profeta di Nomadelfia : Don Zeno Saltini / Remo Rinaldi

“Al comitato che si è costituito per solennizzare l’ordinazione e la prima messa solenne, don Zeno impone una condizione: devono preparare un corredo per il diciottenne Barile, appena dimesso dal carcere. Lo devono vestire a nuovo e deve assistere, tra gli invitati d’onore, alla prima messa solenne nella cattedrale di Carpi. In caso contrario, minaccia di depositare i paramenti sacri sull’altare e di partire con Barile, in bicicletta, per celebrare la messa solo con lui in una chiesetta qualsiasi”.
È il mese di gennaio del 1931 e don Zeno Saltini, nato nella Frazione di Fossoli del Comune di Carpi il 30 agosto del 1900, già offre un bel biglietto da visita, una chiara anticipazione di quanto mostrerà via via con più chiarezza nei suoi oltre ottant’anni di vita: un temperamento risoluto, instancabile nel servizio dei poveri, amareggiato ma docile all’autorità della Chiesa, tutto dedito alla missione di costruire una società che abbia per legge la fraternità. Barile è il primo “figlio” di don Zeno, la cui opera si fonda già negli anni Trenta, con la costituzione di una famiglia di minori, accolti dalla sorella Nina e da molte altre “mamme per vocazione”. La Comunità prende il nome di Opera Piccoli Apostoli, si insedia in San Giacomo Roncole nel Comune di Mirandola ed ottiene una prima approvazione ecclesiastica nel 1937.
C’è poi lo scompiglio della guerra, durante la quale don Zeno si reca nel sud del Paese, sosta per qualche tempo a Roma, torna a San Giacomo (nel maggio del 1945), inizia a partecipare attivamente al dibattito politico sulla costituenda Repubblica con un disegno chiaro, che espone in diversi scritti e in molte piazze. Il 27 giugno scrive al suo vescovo, monsignor Dalla Zuanna, che di don Zeno è un sincero ammiratore: “Io spero di creare un movimento di masse travolgente tale da buttare a mare tutti i partiti esistenti, i quali, appunto perché inconciliabilmente opposti tra loro nelle ideologie che li animano, stanno buttando l’Italia alla completa rovina. Io credo all’onnipotenza del lievito di Cristo nelle masse, per questo mi tuffo tra le masse spingendole alla soluzione della secolare lotta tra capitale e lavoro”. I fatti non sono meno rivoluzionari delle parole. Per dare ai suoi 316 figli a ad oltre 200 suoi collaboratori una dimora adeguata, nel mattino del 19 maggio 1947 don Zeno si insedia con loro nell’ex campo di prigionia di Fossoli, senza aspettare la richiesta autorizzazione del ministro competente, Mario Scelba, allora e in seguito insensibile o apertamente ostile al sacerdote carpigiano. Inizia così la storia di Nomadelfia, la città dove la fraternità è legge, che si dà una prima Costituzione il 14 febbraio del 1948: una storia caratterizzata da una ricchezza e da un travaglio inenarrabili. Basti a questo scopo ricordare i parecchi personaggi insensibili, indifferenti e pesino apertamente ostili a don Zeno, nella politica e nella stessa Chiesa; ma anche molti amici e attivi collaboratori, come Padre Davide Maria Turoldo e la contessa Albertoni Pirelli. Mentre le ambizioni del fondatore di Nomadelfia sono inarginabili, come si evince anche dai sempre nuovi accolti, le difficoltà economiche e di gestione dell’Opera crescono. Così con una infausta intesa tra politici e uomini di Chiesa, per disposizione delle autorità competenti, nell’estate del 1952 Nomadelfia deve sciogliersi: don Zeno ne viene espulso per decreto del Santo Uffizio, molti minori sono strappati alle loro madri adottive e trasferiti in strutture a loro estranee, pochi “superstiti” si trasferiscono nella tenuta di Roselle presso Grosseto. È il momento più buoi della vita di don Zeno, che obbedisce – come osserva giustamente l’autore della biografia - “perché dedica la sua vita e le sue lotte ai piccoli e agli sventurati, non per ragioni umanitarie, ma perché Dio è padre e perciò gli uomini sono fratelli. Non sminuisce il cristianesimo a sola affermazione di valori morali e sociali. Egli è anzitutto un uomo di grande fede in Dio e la fede è dimostrata non dalle parole, ma dai comportamenti che si assumono, che sono quelli voluti ed esemplificati da Gesù Cristo”. Ha però pur sempre i suoi fieri sostenitori; alcuni totalmente impotenti, ma risoluti fino a commuovere. Barile è in Francia a lavorare; viene a sapere da un giornale che “la città di Nomadelfia è rimasta senza padre”. Si reca a Roma al Santo Uffizio, chiede con insistenza di essere ricevuto da qualcuno “in alto” e può infine sventolare davanti al cardinale Ottaviani il libretto “Tra le zolle” che racconta del sacerdote che molti anni prima lo ha accolto, dicendo: “Io sono figlio di don Zeno, dove avete messo mio padre? Che cosa ne avete fatto?”. Monsignor Ottaviani – osserva Remo Rinaldi – “è intelligente, capisce che dietro a Nomadelfia non ci stanno questioni dottrinali, ma semplicemente una questione di carità: uomini e donne sventurati, piccoli abbandonati, che hanno trovato casa, solidarietà speranza, affetti. Purtroppo ha prevalso un’altra linea, che non è quella di Ottaviani”.
A carico di don Zeno grava anche un procedimento penale: è accusato di “insolvenza fraudolenta”, ma il processo si conclude, il 20 novembre del 1952, con la piena assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Per poter essere vicino ai suoi figli e più incisivo nell’arduo compito di uscire dal baratro nel quale è caduto insieme alla sua opera, poco dopo don Zeno chiede e ottiene la riduzione allo stato laicale. La risalita dal baratro è lenta e pagata a caro prezzo, ma qualcosa inizia finalmente a cambiare tra i politici italiani, come pure nell’ambito della Chiesa. Nomadelfia si ricostruisce presso Grosseto, diventa una parrocchia, si dà una nuova costituzione; il suo fondatore, revocatagli la riduzione allo stato laicale, può celebrarvi il 6 gennaio del 1962 la sua “seconda prima messa”, trattenendo le lacrime, fino a quando non si trova, tra i fedeli ai quali distribuisce l’Eucaristia, l’indomabile Barile.
Don Zeno si dimostra nella nuova Nomadelfia forse un po’ più duttile, ma è sempre fermo e caparbio nel perseguire il suo ideale. Negli anni Sessanta e Settanta nasceranno nella nuova sede presso Grosseto diverse imprese e la “Scuola familiare”, con programmi e metodi tutti particolari, mentre la missione è affidata anche a spettacoli di danze e canti, portati in tournée in molte città di tutte le regioni d’Italia.
Il 6 gennaio del 1981 don Zeno celebra il cinquantesimo anniversario di sacerdozio. Il giorno 13 subisce un infarto. Le sue ultime parole sono registrate e costituiscono il suo testamento spirituale. Muore il 15 gennaio 1981. Attorno alla bara, durante il funerale, i bimbi e i giovani di Nomadelfia danzano.
(Gregorio Curto_30-08-2019)

Diario 1941-1943 / Etty Hillesum ; a cura di J. G. Gaarlandt

Pubblicato in prima edizione nel 1981, il Diario di Etty Hillesum è stato scritto tra il mese di marzo del 1941 e il 12 ottobre del 1942 da una giovane di ventisette anni, nata a Middelburg da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica e morta ad Auschwitz nel mese di novembre del 1942. Leggendolo, ci si rende conto fin dalle prime pagine di trovarsi davanti ad una persona dall’animo inquieto, già provata da diverse esperienze non di rado trasgressive, che affida alla propria penna il racconto della quotidianità, intrecciato a riflessioni e sentimenti, scrivendo tutto di getto, senza alcuna reticenza.
Etty vive ad Amsterdam con due fratelli geniali (uno dei quali è un musicista di grande talento), che soffrono di patologie neurologiche, e due genitori dai quali si è presto emancipata. Ha completato infatti i suoi studi conseguendo due lauree ed è andata ad abitare nella dimora di Han Wegerif, un anziano vedovo con un figlio di ventun anni di nome Hans, allo scopo di occuparsi dell’andamento della loro casa. La Hillesum nel diario scrive di loro: di Hans, al quale si lega presto con una relazione molto intima, e di altri amici (Tide, Liesl, Dicky); più di ogni altro narra però di Julius Spier (nel Diario “S.”), lo psicochirologo che la prende in cura e al quale deve il suo inimmaginabile processo di maturazione e di conversione. Spier appare al lettore di oggi come un tipo ben strano: ha cinquantasette anni, una discreta fama professionale e un buon numero di pazienti di sesso femminile, che cura partendo dalla lettura della mano e ingaggiando con loro una lotta corpo a corpo. Il rapporto che Etty ha con lui si evolve dai lunghi mesi in cui i due si danno del lei, a quando diventano amanti, fino allo sbocciare nella Hillesum di un amore puro, che non vuole possedere un individuo, ma si dilata gratuitamente al mondo intero. È proprio Spier a suggerire alla sua paziente di scrivere un diario; le consiglia inoltre (lui pure ebreo!) di leggere, oltre ad autori come Dostoevskj e Rilke, alcuni libri del Nuovo Testamento, in particolare le lettere di San Paolo e il Vangelo secondo Matteo. La invita infine a pregare (anche inginocchiandosi!), tanto che il Diario diventerà sempre più un rivolgersi di Etty direttamente a Dio.
Ecco un passo che documenta il progressivo purificarsi dell’amore per Spier: “Tante cose cominciano a chiarirsi: per esempio che non vorrei diventare sua moglie. Voglio darne atto molto spassionatamente e obiettivamente: la differenza d’età è troppo grande. In pochi anni ho già visto trasformarsi un uomo. Ora sta cambiando anche lui. È un uomo vecchio a cui voglio bene, infinitamente bene, e con lui mi sentirò sempre legata. Ma ‘sposarlo’, come direbbe un bravo borghese, francamente non lo vorrei. E proprio il fatto di dover percorrere la mia strada da sola mi fa sentire così forte. Nutrita di ora in ora dell’amore che provo per lui, e per gli altri. Infinite coppie si formano all’ultimo momento, per disperazione. Preferisco essere sola e per tutti”. Qualche settimana prima Etty aveva già scritto: “Dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dire questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi, e che ultimamente stanno crescendo in modo così meraviglioso. S. diceva ieri: ‘Mi sono maledettamente abituato a lei’. E Dio sa quanto ‘maledettamente’ io mi sia ‘abituata’ a lui. Ma devo abbandonarlo ugualmente. Voglio dir questo: dal mio amore per lui devo attingere forza e amore per chiunque ne abbia bisogno… E con l’amore che sento per lui posso nutrirmi una vita intera, e altri insieme con me.”
Quando Julius, nel mese di luglio del 1942, muore inaspettatamente, per una malattia che lo consuma in pochi giorni, Etty scrive nel suo diario, apostrofandolo: “Sai, mi sento così forte e sono certa che me la caverò. Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere”. Così sempre più Etty si sente investita di una missione: sia da vivere nel presente, aiutando le vittime delle persecuzioni naziste (tra le quali c’è lei stessa e tutta la sua famiglia), sia affidando alla scrittura la memoria dei tristi giorni dell’Olocausto, se potrà sopravvivere fino alla fine della guerra, che terminerà certamente con la sconfitta di Hitler. Scrive il 18 maggio del 1942: “Un giorno scriverò. Le lunghe notti che passerò seduta a scrivere saranno le mie notti migliori: E allora verrà fuori tutto quel che accumulo dentro, scorrerà pian piano come una corrente senza fine”. E qualche tempo dopo: “In questi giorni sto percorrendo la vita come se mi portassi dentro una lastra fotografica che registra esattamente tutto, fin nei minimi dettagli. Sento che ogni cosa mi entra ‘dentro’ con grande nitidezza di contorni. Più tardi, forse molto più tardi, svilupperò e stamperò tutte quelle immagini – quando avrò trovato il tono giusto per esprimere questo nuovo modo di sentire la vita”.
La persecuzione degli ebrei, fino alla folle intenzione del Fuhrer di giungere alla “soluzione finale”, si rende col passare dei giorni sempre più manifesta. Il 15 luglio del 1942 Etty ottiene un impiego nell’Ufficio per gli “Affari culturali” del Consiglio Ebraico, guadagnando con ciò una limitata temporanea protezione per sé (nell’avere dilazionata la propria deportazione) e la possibilità di offrire un minuscolo aiuto alle altre vittime della Shoah. Poco dopo, per essere più vicina al suo popolo perseguitato e in particolare ad alcune giovanissime vittime delle deportazioni, decide di recarsi a vivere nel campo di Westerbork, punto di passaggio per la triste meta di Aushwitz, dove lei stessa finirà i suoi giorni. Dal Wersterbork scrive alcune lettere (riportate in appendice al volume) sorprendenti e commoventi per come vi si intrecciano la lucidità del suo sguardo sulla realtà e la convinzione incrollabile della positività della vita: “La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dentro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo infatti a questo tempo, corpo e anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita”. Già alla morte di Spier Etty aveva scritto nel Diario: “Vorrei congiungere le mani e dire: ragazzi, sono così felice e riconoscente e trovo la vita così bella e ricca di significato. Proprio così, e lo dico mentre sono accanto al letto del mio amico morto prematuramente, e mentre io stessa posso essere deportata a ogni momento in una terra sconosciuta. Mio Dio, ti sono così riconoscente per tutto quanto”. E il 10 ottobre del 1942 scrive: “Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegati. È un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di generazione in generazione. Ho dovuto impararlo a fatica. È l’eredità più preziosa che io abbia ricevuto dall’uomo di cui ho già quasi dimenticato il nome, ma la cui parte migliore continua a vivere in me”.
(Gregorio Curto_22-08-2019)

La verità nasce dalla carne - Luigi Giussani

"La verità nasce dalla carne", terzo volume della collana “Cristianesimo alla prova”, raccoglie le lezioni tenute da don Luigi Giussani agli Esercizi Spirituali annuali di Comunione e Liberazione tra il 1988 e il 1990: una ricchezza sovrabbondante di riflessioni e considerazioni che vanno dritto al cuore, mettono in crisi ma sempre incoraggiano, mobilitano la persona mostrando la pertinenza delle fede alle esigenze della vita. Incontrato Gesù e riconosciutolo presente nella Chiesa, la vita non diventa facile, ma nessuna prova può sopprimere una letizia di fondo che fa guardare tutto con simpatia e certezza di bene.
Il cristianesimo al quale richiama don Giussani non è una filosofia né un insieme di norme da rispettare. Parlando della Koinonìa (così veniva chiamata nella primitiva comunità cristiana la “comunione” vissuta dai fedeli, che arrivavano a condividere i loro beni), l’autore afferma: “La giustizia umana misura; invece la moralità cristiana non misura mai, guarda se stai tendendo, guarda in che posizione di tensione e di direzione sei, se stai tendendo a mettere tutto in comune, sia le risorse materiali che quelle spirituali… La parola tendenza che cosa salva? Salva l’unico modo di rapporto tra l’uomo e l’infinito, che si chiama libertà: la libertà dell’uomo e la libertà di Dio, che a uno può far compiere la traiettoria in un lampo – come l’ha fatta compiere a Santa Teresina del Bambin Gesù – e a un altro può far compiere la traiettoria in quarant’anni nel deserto, come l’ha fatta compiere a Mosè. ‘E nessuno giudichi’ dice San Paolo”.
   In una lezione degli Esercizi del 1989 don Giussani ribadisce che “il cristianesimo non è un insieme di regole morali, un insieme di riti, un insieme di dottrine, ma un evento, un avvenimento” e come tale rimane perennemente attuale, essendo Cristo non un fatto del passato ma un uomo risorto, vivo e perciò sempre presente. La carità vissuta è una conseguenza dell’amore a Cristo. “E l’amore a Cristo non è là dove uno è perfetto, ma dove uno ne fa memoria, lo ricorda e dice: ‘Vieni, Signore!’. Non sai come venga, non sai come si espliciterà dentro quello che vivi, ma viene”. A questo proposito è citato Charles Peguy, che in una sua opera scrive: “Non si è cristiani perché si è giunti ad un certo livello morale, intellettuale, magari spirituale. Si è cristiani perché si ‘appartiene’ a una certa razza ascendente, … a una certa razza mistica, a una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, a un certo sangue”. Commenta don Giussani. “Come ci sentiamo connaturali con Peguy”, sottolineando che nella Chiesa e nelle comunità del Movimento di Comunione e Liberazione “l’unità è imperfetta ma reale… tanto imperfetta quanto reale veicolo di Cristo e del Mistero della Chiesa (è la compagnia mia con te, amico, che, se non è totalizzante, non è vera; non si può appartenere fin dove si vuole: si appartiene!)”.
   Altrove si parla di sacrificio e di obbedienza come condizioni per il fiorire della personalità. “Cristo deve nascere dalla carne sempre! È nato dalla carne, Dio. E gli uomini che unisce a sé, che elegge, li elegge per rinascere in essi, dalla loro carne, cioè dal loro tempo e dal loro spazio, dalla loro vita. Eh, sì, lo capisco, è una vita cambiata… Perché nel sacrificio la verità nasca dalla carne, perché Cristo entri nel mondo di oggi attraverso di noi, il nostro tempo e il nostro spazio, la nostra vita, noi, membri Suoi, occorre che la dinamica della vita sia obbedienza. È questa la novità, una novità forse deludente per i più, ma quando si comincia a viverla tutto cambia”. Emblematica a questo riguardo la figura di Abramo nella prova richiestagli del sacrificio del figlio, erede della Promessa. “Dio non ci dice di non amare, come non ha chiesto ad Abramo di non amare Isacco. Per un amore più grande, l’amore a Dio, l’amore di Isacco è diventato eterno ed è diventato simbolo per tutta la storia. Così l’amore a noi stessi diventa grande nel sacrificio di noi stessi: l’amore a noi stessi diventa grande, tocca il suo destino”.
(GC)

Siamo tutti greci - Giuseppe Zanetto

“La Grecia antica è un ‘luogo’ straordinario, un territorio popolato di idee, personaggi, storie, immagini che raccontano l’uomo e l’umano. Dobbiamo andarci, con la mente e con il cuore, perché in pochi altri luoghi (forse in nessuno) possiamo trovare tanta verità e tanta bellezza; e dobbiamo andarci con la consapevolezza che si tratta di camminare a ritroso di molti secoli. Ma quando ci arriviamo e ci guardiamo attorno, ci rendiamo conto che molto di quel che vediamo ce l’avevamo dentro: evidentemente perché la tradizione l’aveva trasportato nel tempo, consegnandolo a noi e alla nostra epoca. Possiamo quindi tornare al presente con la certezza che laggiù, in Grecia, c’eravamo già stati. Siamo tutti greci, infatti”.
Questa la conclusione del bel libro di Giuseppe Zanetto, che documenta il suo asserto con un attento esame del patrimonio lasciatoci nostri “antenati culturali”, in un articolato percorso che prende in considerazione varie problematiche e tematiche: dal ruolo della donna al riconoscimento dei diritti civili, dalla politica all’arte, dallo sport alla religione. L’antica Grecia ci è lontana nel tempo – precisa ancora l’autore – e si tratta di una lontananza che non si può misconoscere o colmare artificiosamente. Per altro in diverse epoche la si è vista come attraverso una lente, perciò diversa da come era in realtà: pensiamo solo al classicismo, che ha ammirato “la purezza e il candore” di templi e sculture, che nell’antichità erano rivestiti di vivaci colori e adornati da gioielli e vari accessori di metallo. I secoli che ci separano dall’epoca di Milziade, di Pericle e di Fidia hanno profondamente mutato l’assetto sociale, politico e culturale del mondo, ma il “siamo tutti greci” coglie una verità più profonda di quella che si riscontrerebbe in una semplice vaga somiglianza di forme e strutture, perché è radicata nella spiritualità dell’essere umano. “I Greci antichi infatti hanno riflettuto su se stessi, hanno discusso ogni singolo aspetto del loro mondo, valutandone pregi e difetti, hanno cercato di spiegarne le ragioni…, hanno elaborato percorsi critici, giudizi morali, schemi mentali… La ‘perennità’ della cultura greca consiste in questo: nell’avere riflettuto sull’uomo, su ciò che l’uomo – a prescindere dalla sua epoca – deve affrontare per il fatto stesso di essere al mondo. La Grecia, dunque, l’abbiamo dentro di noi, in ragione del nostro essere uomini”.
Il libro è di scorrevole lettura, vivacizzato da frequenti riferimenti ad opere letterarie, attraverso le quali si manifestano le convinzioni, lo stile di vita, le questioni sociali e morali dibattute. I primi capitoli ci presentano sotto diverse prospettive la condizione della donna. Figure di spicco sono qui Lisistrata, protagonista dell’omonima commedia di Aristofane e Prassagora, animatrice della rivolta del gentil sesso in Le donne all’assemblea, altra opera teatrale di Aristofane. Eloquente anche la figura di Panfile nella commedia Epitrepontes di Menandro: con saggezza e umiltà riconduce infatti a sé il marito infedele, ma si rivela prima pronta all’umiliazione dell’abbandono, convinta che il matrimonio sia un’unione per la buona e la cattiva sorte. “Io sono entrata nella sua casa – dice al padre riferendosi al marito infedele – come compagna della vita e della fortuna. È caduto? Lo sopporterò”.
Non meno interessanti i capitoli relativi allo studio del corpo umano e al suo riflettersi nell’arte, specialmente scultorea. L’autore coglie una significativa evoluzione dalla staticità del modello detto kouros all’Apollo Parnopios (“un corpo che riceve spinta dall’animo, e un animo che trasmette senso al corpo”); dalla rappresentazione degli atleti celebrati nei versi degli epinici di Pindaro (notando come letteratura e arti figurative si integrino a vicenda nel renderci vicina la Grecia antica) fino alla perfezione e vitalità dei Bronzi di Riace, due sculture del V secolo a.C. ritrovate fortuitamente da un subacqueo dilettante nel 1972, oggi collocate al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. “Chi entra nella sala dove i Bronzi sono esposti è colpito dalla loro straordinaria naturalezza, ha l’impressione che le due statue ricambino il suo sguardo e che possano mettersi in movimento, da un momento all’altro, e scendere dai piedistalli”.
Il capitolo Futuro nel passato documenta come il felice intreccio tra archeologia e letteratura ci consenta di conoscere meglio l’antica Grecia. L’autore considera dapprima una lirica della poetessa Saffo (solo recentemente ritrova dagli archeologi in un foglio di papiro) che lamenta la lunga lontananza del fratello da casa. Fa poi riferimento ad un altro frammento della celebre poetessa dell’isola di Lesbo, nel quale si narra di un santuario (recentemente venuto alla luce a seguito di scavi archeologici) nel quale erano venuti a pregare Agamennone e Menelao. Le nozioni apprese dalle fonti archeologiche aggiuntesi a quelle letterarie consentono così di “ricostruire meglio la realtà della Lesbo arcaica”. La combinazione delle nozioni fornite dall’archeologia con quelle desunte dalle opere letterarie diventa ancora più sorprendente quando si confrontano i canti dei poemi Omerici con il ritrovamento del palazzo di Nestore e con gli scavi nell’isola di Itaca, sebbene qui non sia ancora venuta alla luce una “reggia di Ulisse”.
In un altro capitolo Giuseppe Zanetto tratta della religione, chiedendosi se gli antichi greci potessero credere veramente a divinità imperfette e litigiose, che tramano inganni e vendette, ordiscono tradimenti, covano risentimenti. Considera poi come il cristianesimo abbia bollato gli dei del paganesimo come “falsi e bugiardi”, ma documenta anche come la situazione dell’antica Grecia avesse molti aspetti di diversità da quella del nostro tempo. Racconta ad esempio di un santuario dedicato al dio Asclepio e di guarigioni prodigiose lì avvenute, considerando che “tra la medicina scientifica e quella del santuario non c’è una contrapposizione ideologica” e osserva senza scandalo che si credeva realmente agli oracoli, specialmente quelli di Delfi, dove in molti si recavano per avere responsi che riguardassero non solo il loro cammino personale ma anche le azioni da intraprendere nella politica di una città, come la scelta di dichiarare una guerra o fondare una colonia.
“Siamo tutti greci” - per concludere, riprendendo un episodio ben noto anche a chi non avesse conoscenze approfondite della cultura classica - nel sentirci in sintonia con Antigone, che nell’omonima tragedia di Sofocle seppellisce il fratello contravvenendo alle leggi del tiranno di Tebe: “l’idea che la ispira – scrive Giuseppe Zanetto - è la stessa che ritroviamo in tutti i disobbedienti, di ieri e di oggi: un ordine moralmente ingiusto non deve essere eseguito”.
(GC)

Santi / Cyril Martindale ; presentazione di Luigi Giussani

Ha conservato tutto il fascino e l’attualità degli scritti perennemente edificanti il libro Santi di Cyril Martindale, pubblicato in prima edizione italiana nel 1950 e recentemente ristampato da Jaca Book. Il volume riporta il testo di interventi tenuti dall’autore ad una trasmissione radiofonica nel 1930, come si desume dai dati riportati in riferimento alle Conferenze di San Vincenzo fondate dal beato Federico Ozanam: “Esse contano oggidì (1930) 154.995 membri attivi e 78.600 membri onorari”.
Ogni capitolo, ad eccezione dell’ultimo, è dedicato a un santo, del quale è tracciato un breve profilo, seguendo un ordine cronologico: da San Paolo, Sant’Antonio d’Egitto, Sant’Agostino… fino a San Vincenzo de’ Paoli, Giovanni Battista Vianney (noto anche come Curato d’Ars), Giovanni Bosco. Tra i grandi del Medioevo troviamo San Francesco e San Tommaso, noti esponenti di famiglie benestanti che hanno abbracciato la vita religiosa con un ardore esemplare, che li ha resi riformatori della chiesa e trascinatori di molti seguaci; ma compare anche Sant’Edoardo, re d’Inghilterra (1003-1066). “In un’epoca in cui la corruzione e l’estorsione erano tanta parte della vita pubblica – nota Martindale – Edoardo pare essere stato del tutto indifferente al denaro; egli rinunciò a tutto quanto il tributo imposto dai Danesi (il cosiddetto Dane-geld) che il popolo versava ormai da oltre trentott’anni e che formava una piccola parte della rendita personale del sovrano. Quando i nobili del reame desiderosi di acquistare meriti ai suoi occhi, gli portarono una grossa somma che avevano spremuta ai loro vassalli, egli la rifiutò e diede ordine che fosse restituita a coloro che l’avevano versata”.
Sorprendente, quanto poco conosciuta, è poi la vita di Ermanno lo storpio (1013-1049), venuto al mondo “orribilmente deforme” Fu infatti soprannominato “il rattrappito, tanto era storpio e contratto: non poteva star dritto, tanto meno camminare; stentava persino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui… Aggiungerò – prosegue l’autore – che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche ‘deficiente’”. Mandato dai genitori a vivere in un monastero, Ermanno diventa un grande testimone della fede, tanto da essere trovato da chi lo incontra – così riportano i cronisti del suo tempo – “piacevole, amichevole, conversevole, sempre ridente; tollerante, gaio”. Tutti gli volevano bene, mentre lui, crescendo, “imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica”; scrisse anche un Chronicon di storia del mondo e costruì orologi e strumenti musicali.
Nell’ultimo capitolo Martindale ritrae i “santi senza il ‘san’”, cioè persone non cononizzate né beatificate (almeno fino al 1930), ma “compiute, pienamente realizzate”, vissute in diverse epoche ed appartenenti a vari ceti sociali: oltre a Federico Ozanam, tra gli altri, Contardo Ferrini, Matt Talbot, Pier Giorgio Frassati. Anche questi sono a chiunque di esempio e di sprone, per l’attrattiva che esercitano su chi desidera – e chi potrebbe non desiderarla? - una vita “unita”. Il santo – scrive Luigi Giussani nella presentazione del libro “non è un superuomo, il santo è un uomo vero… perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costituito il suo cuore, e di cui è costituito il suo destino”. E più avanti: “Un amore alla vita, creatura di Dio , dentro un abbraccio consapevole e leale delle sue condizioni esistenziali, disegno di Dio, caratterizza la figura del santo. Egli, per affermare la propria vita appassionatamente non ha bisogno di dimenticare o di rinnegare nulla: tanto meno, starei per dire, la morte”. Il santo ha perciò anche più chiara di chiunque altro la “coscienza dell’incapacità” dovuta ad una fragilità propria della condizione umana (“è l’uomo che più acutamente e drammaticamente ha l’esperienza di tale fragilità e la coscienza del peccato”); è umile, ma “l’umiltà s’appoggia ad un’ultima calma perché la riconosciuta verità di sé induce la pace in cui è il ristoro, il rifluire della vita autentica. È un invito all’umiltà del cuore l’insistenza di San Paolo: ‘Siate lieti, ve lo ripeto, siate lieti’”.
(GC)

Il poema del destino : Virgilio, Eneide / a cura di Laura Cioni e Giulia Regoliosi Morani

Con il titolo Il poema del destino Laura Cioni e Giulia Regoliosi Morani, curatrici del volume, offrono al lettore una approfondita presentazione dell’Eneide, che risulta nel contempo agile e di scorrevole lettura. Il volume è diviso in due parti, la prima delle quali (articolata in dodici capitoli, uno per ogni libro del poema virgiliano) espone i fatti in una prosa scorrevole che, pur non essendo una traduzione del testo originale latino, è tuttavia ben più di un riassunto. Vi sono narrate infatti con ampiezza e completezza le avventure di Enea e dei suoi compagni, le varie tappe del loro viaggio verso l’Italia, i personaggi incontrati, l’aspra guerra combattuta nel Lazio. All’interno di ogni capitolo vi sono ampie citazioni del poema virgiliano nella traduzione di Mario Scaffidi Abbate, in impeccabili endecasillabi sciolti. Viene così assicurata al lettore anche una conoscenza diretta dell’Eneide, almeno nei passi più noti e più apprezzati, quali sono – ad esempio – l’iniziale invocazione alla Musa, gli incontri di Enea con Polidoro e con le ombre prima di Creusa e poi di Anchise, alcune fasi della distruzione di Troia raccontate dal protagonista a Didone; quindi il dramma di Didone abbandonata e suicida, la profezia della Sibilla cumana, le gesta eroiche dei protagonisti della guerra che imperversa nel Lazio, tra i quali si distinguono Eurialo e Niso e la vergine Camilla.
Il poema del destino si rivela così molto utile a chi voglia conoscere l’Eneide senza intraprenderne l’impegnativa intera lettura, ma non meno prezioso lo troverà chi intenda rispolverare vecchie arrugginite conoscenze scolastiche o servirsene a scopo didattico, con studenti delle scuole medie inferiori o anche elementari. Suscitare grande interesse e affascinare le scolaresche non risulterà certo difficile ad un insegnante che presti il dovuto impegno nello schematizzare gli avvenimenti, aiutandosi con delle immagini. Si potrà ad esempio:
-mostrare una cartina con la rotta del viaggio di Enea e i vari luoghi di scalo
-puntualizzare che le avventure narrate si svolgono come su due piani (quello celeste, che ha per protagonisti gli dei dell’Olimpo e il Fato; quello terreno degli uomini alla ricerca di una meta e in lotta tra fazioni contrapposte)
-soffermarsi sulla personalità dei protagonisti: il destino assegnato a ciascuno, il ruolo della libertà del singolo, le abilità e le virtù che appaiono nei giochi, nella guerra, nell’amicizia (come in Eurialo e Niso)
-considerare i vari oracoli e profezie (Delo, Andromaca, la Sibilla Cumana, Anchise) come gli indicatori di una rotta che conduce Enea al compimento della sua missione, germe della grande potenza di Roma, per la cui celebrazione Virgilio ha scritto il poema.
(GC)

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