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Per le antiche scale : una storia / Mario Tobino ; prefazione Tullio Kezich
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Tobino, Mario

Per le antiche scale : una storia / Mario Tobino ; prefazione Tullio Kezich

Milano : Corriere della sera, 2003

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“Il dottor Anselmo abitava in manicomio. Mangiava in mensa; aveva una stanza. Lo stipendio era gramo. Tutto era ristretto”. Così inizia l’avventura dello psichiatra protagonista del libro di Mario Tobino Per le antiche scale. Gli avvenimenti narrati coprono un ampio arco di tempo, a partire dai primi decenni del Novecento, anni segnati dall’impronta lasciata nell’ospedale dal Bonaccorsi, il primario al quale Anselmo subentra. Un infermiere e il portiere del nosocomio (ubicato a Lucca) sono le prime persone dalle quali Anselmo coglie qualcosa della personalità del Bonaccorsi; personalità affascinante e avvolta in un’ombra di mistero, i cui tratti vengono però via via svelandosi: la dedizione smisurata e incondizionata nell’esercizio della professione, la scelta di un’intera vita (tutto il giorno, tutti i giorni per molti anni) trascorsa esclusivamente all’interno del perimetro dell’ospedale; poi un errore commesso nel laboratorio di analisi, causa un clamoroso insuccesso ad un importante congresso; gli esiti della ricerca e l’onore delle pubblicazioni, ceduti a giovani medici prestanome; una sorella folle, ricoverata quasi in segretezza in un reparto dello stesso nosocomio; le partite a carte con colleghi e pazienti, gli amori segreti con insospettabili donne di diversa età.
Anselmo sa farsi ben volere dai pazienti e da tutto il personale della struttura sanitaria nella quale esercita la sua professione. Prende servizio in giovane età e vi rimane per parecchi anni, durante i quali incontra degenti affetti dalle patologie più varie, in un quadro sociale e legislativo mutevole, segnato dall’avvento e dalla caduta del fascismo, dalla guerra e dalla ritrovata pace, dall’impiego di nuovi farmaci, dalle leggi che allentano le misure restrittive, togliendo camicie di forza e concedendo maggiore libertà ai folli. È in questo contesto che vengono narrati i molti incontri del protagonista con i ricoverati nell’ospedale, in una rapida successione di capitoli di poche pagine ciascuno. Il dottore osserva, cerca di comprendere, si coinvolge con tutto se stesso; a volte sbaglia ma cresce nel riconoscere il proprio errore; si imbatte con i limiti suoi propri e della scienza medica, ma sempre impara qualcosa davanti agli strani inspiegabili comportamenti dei pazienti e alla loro travagliata storia, in particolar modo dalle sorprendenti manifestazioni di impegno e di affetto di alcuni.
Significativa a questo proposito la vicenda della Sercambi, trasferita un giorno da Anselmo al reparto dei “coatti”, soltanto perché aveva iniziato a passeggiare fino al cancello del parco dell’ospedale, destando preoccupazione perché avrebbe potuto uscire in strada e farsi o fare del male a qualcuno. Nel reparto dei “liberi” frattanto un’altra paziente di nome Ernestina comincia ad andare in escandescenze, gridando e diventando violenta: “da quando è andata via la Sercambi – spiega un’infermiera ad Anselmo. –Le faceva tutto, da mamma, da sorella, di giorno, di notte”. Con la Sercambi la Ernestina era calma. “La Sercambi comprende ciò che la ragazza vuole, il suo linguaggio – precisa l’infermiera, -si intendono, si parlano”. Così Anselmo dispone subito che la paziente imprudentemente penalizzata non sia più tenuta tra le coatte, ma sia nuovamente trasferita dove c’è chi mostra di averla presa a cuore.
In un altro clamoroso errore incappa il dottor Anselmo (in questo capitolo “io narrante”) quando sospetta che un paziente, collocato provvisoriamente in portineria, gli abbia rubato un prezioso orologio (in realtà lo aveva lui stesso sbadatamente nascosto tra alcuni fascicoli di una rivista). Si mobilitano i carabinieri, che interrogano il malcapitato; poi Anselmo cerca di dimenticare l’accaduto, ma non gli passa la rabbia, fino a quando non ritrova l’oggetto che credeva essergli stato rubato. “Nell’ira alzai una mano e la battei davanti a me, su un ripiano dello scaffale dove erano ammonticchiati i bollettini di Dante. I fascicoli si squilibrarono. L’orologio che era sotto fece da bilancia. Dei fascicoli scivolarono. L’orologio apparve, schifoso, ancora d’oro, ma più piccolo, rattrappito, con gli stupidi fusi orari, ignobile oggetto. Suonai il campanello per l’infermiera. La Maria accorse. Gridai che l’avevo trovato, che era colpa mia; mi ero ricordato il cieco movimento della sera prima”.
Ogni paziente, con l’originalità della sua patologia, suscita nel protagonista viscerali domande (con risposte sempre incomplete) relative all’insondabile mistero della mente umana e della libertà che con esso si intreccia. Per questo Anselmo si stupisce incontrando un malato che suona il sassofono: “Quello che davvero affascinava il dottore in ascolto… era la lucidità della musica, un vero discorso, un eloquio proveniente dal senno e che per di più toccava il cuore, il passaggio di sottili sentimenti, una bandiera di seta al sole, un damasco esposto al tramonto”. Lo stupore cresce ancora davanti alla paziente Lucia Pedretto che, intenta sempre a ricamare, si siede un giorno inaspettatamente al pianoforte, per molti anni totalmente ignorato: “La memoria freschissima. Erano passati ventisei anni. Il primo tocco sui tasti fu di straordinaria grazia. La madre seguiva le mosse della figlia, anche lei musicista. Suonò per mezz’ora, sembrava raccontasse. Per le guance della madre scendevano silenziose lacrime”. Ma poi, insospettabilmente, “d’un colpo Lucia si interrompe, sbatte il coperchio, si alza, nei tratti una bieca luce. Sembra sull’orlo di una furia. Afferma risoluta che non può più fare ascoltare la sua musica “per il negativo… Ho detto per il negativo. Chiaro, no? Parlo mica coi morti?”.
Il dramma è più acuto in alcune vicende, come quella del Federale, la cui follia esplode dopo che gli si è sentito dire ad una cerimonia ufficiale che non esiste il Duce: “Tutto vuoto, non c’è nulla… Quale Duce? È tutta una favola, una illusione. Chi non se ne accorge è un imbecille. Il mondo non c’è e vuoi che ci sia il Duce?”. Il Federale morirà per non essersi voluto mettere al riparo durante un bombardamento, come Anselmo apprende anni dopo da un vecchio infermiere: “Sono passato pochi minuti prima. Gli ho gridato: ‘Si getti a terra’. Mi ha sorriso come mi perdonasse, come fossi un matto. L’abbiamo trovato in quell’angolo, il viso bello, intatto, con la solita sua espressione, si sentiva già in cielo. È nell’obitorio. I parenti sono stati avvertiti; non verrà nessuno. Da tempo l’avevano abbandonato".
(Gregorio Curto_30-06-2020)

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