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San Francesco
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Chesterton, Gilbert Keith - Meotti, Giulio

San Francesco

Lindau, 22/09/2016

Abstract: Convertitosi al cattolicesimo nel 1922, Chesterton pubblicò questo "bozzetto" su san Francesco nel 1923, come se dalla conversione del Santo di Assisi traesse uno spirituale alimento per la propria.Per Chesterton san Francesco era soprattutto un uomo innamorato di Dio e della Creazione, un poeta che si sentiva piccolo e cantava la gloria delle piccole cose, dei piccoli esseri viventi, della vita ordinaria di coloro che aiutava nella lotta contro la miseria. Dai folli gesti di carità compiuti quando era ancora il figlio di un mercante al rifiuto del mondo e alla creazione di un Ordine e di una regola che davvero imitavano la vita di Cristo, alle stigmate ricevute sul monte della Verna, e fino alla morte, ogni passo del suo cammino su questa terra era rivolto al cielo.Un amore così grande e appassionato, una mistica così semplice e assoluta appaiono "scandalose" alla mentalità moderna. Ma è proprio essa che Chesterton vuole scuotere in queste pagine, cercando di aiutarla, con la consueta ironia, a compiere il movimento di rivoluzione interiore che fece del piccolo Francesco Bernardone il grande san Francesco.

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“Fu davvero un trovatore – scrive di Francesco d’Assisi Gilbert Keith Chesterton – e lo fu fin nell’ultima agonia della sua ascesi. Fu un amante. Innamorato di Dio e, davvero e sinceramente, innamorato degli uomini – vocazione, questa, anche molto più rara”. Se raccontassimo la sua storia come quella di un trovatore e delle folli imprese compiute per una dama “non trovemmo più alcuna contraddizione tra il poeta che raccoglie fiori sotto il sole e colui che soffre una veglia gelida nella neve; tra chi loda le bellezze terrene e materiali, e però si priva di cibo; tra chi glorifica oro e porpora, e però si ricopre di stracci; tra chi cerca bramosamente una vita felice, ma ha anche una sete enorme di morte”.
Il saggio di Chesterton su San Francesco ripercorre la vita dell’assisiate cogliendo vari aspetti di una personalità sorprendente, che si evolve in alcune ben definite tappe, nell’incalzare vertiginoso di un assai breve e travagliato percorso. Il giovane figlio del benestante Pietro Bernardone non rinuncia a una vita agiata, a piacevoli compagnie, a vestiti eleganti. Significativo è però un episodio sul quale Chesterton si sofferma nelle prime pagine del suo saggio.
Un giorno, mentre vende i suoi preziosi tessuti al mercato, tutto preso dal suo lavoro, Francesco non dà prontamente retta ad un povero che gli chiedeva l’elemosina. Quando termina l’affare con il cliente, si accorge che il povero se ne è già andato. “Balzò via, allora, dalla sua postazione, lasciò tutte le balle di velluto e i ricami dietro di sé, senza darsene cura, corse per il mercato come una freccia scoccata da un arco. Sempre di corsa, affrontò il labirinto di strade strette e tortuose della cittadina cercando il suo mendicante, finché finalmente non lo trovò e lo sommerse, quel mendicante attonito, di denaro. Poi tornò in sé, parlò e giurò su Dio che per tutta la vita non avrebbe mai più rifiutato di aiutare un uomo povero”.
Alla giovinezza agiata seguono la guerra, la prigionia, la malattia; quindi (altro incontro particolarmente significativo, ricordato come tappa fondamentale dal Santo stesso, nel suo Testamento) l’incontro con il lebbroso, prima della ben nota brusca rottura del rapporto col padre, al quale restituisce anche i vestiti che indossa, sulla piazza di Assisi, alla presenza del Vescovo. Segue il tempo di un peregrinare scalzo, solitario e inquieto, durante il quale Francesco mendica cibo e vesti e si adopera per restaurare con mezzi assai poveri la chiesetta di San Damiano. Poi, “quando iniziò a fissare intensamente la parola ‘folle’, scritta a caratteri luminosi davanti a sé, quest’ultima iniziò a brillare e a cambiare”. Siamo infatti davanti a un vero ‘ribaltamento spirituale’, che l’autore del saggio così spiega: “Se un uomo… vedesse il mondo capovolto, con tutti gli alberi e le torri al contrario, come fossero riflessi in una pozzanghera, un effetto potrebbe essere in lui quello di enfatizzare l’idea di ‘dipendenza’. Esiste infatti un’etimologia latina che sottolinea come la parola ‘dipendente’ significhi ‘appeso’. Risulterebbe chiaro allora il testo scritturale che afferma che Dio ha appeso il mondo sul nulla… Mentre all’occhio comune la grande imponenza delle mura [di Assisi], delle fondamenta massicce, delle torri, dell’alta cittadella potevano rendere la città più sicura e più solida, nel momento in cui l’immagine è capovolta, la città appare disarmata e indifesa”.
È questo un ‘capovolgimento spirituale’, certo per il lettore sorprendente e paradossale, che può però gettar luce su altre tappe e aspetti della vita del Santo: la gioia immensa nella povertà estrema, la vocazione di Chiare e la dedizione a Dio delle sue prime consorelle, il grande seguito dell’Assisiate (dopo gli anni in cui il solo Bernardo e il canonico Pietro lo avevano capito e valorizzato). Di ritorno dal suo primo viaggio a Roma con i primi undici compagni di avventura (dove ottiene dal Papa Innocenzo III la prima approvazione orale alla sua Regola), Francesco è riconosciuto come una grande “luce sulla vita”: dalle autorità e dal popolo, dai ricchi e dalla povera gente.
Nelle pagine dedicate a Francesco “specchio di Cristo” l’autore nota che il Santo “è specchio di Cristo come la luna è specchio del sole. La luna è molto più piccola del sole, ma è molto più vicina a noi; pur essendo meno luminosa, è però possibile osservarla meglio. Esattamente allo stesso modo, San Francesco è più prossimo a noi, ed essendo un semplice uomo come noi risulta più comprensibile”. Considera poi, riflettendo sull’insegnamento di Gesù di porgere l’altra guancia, che “questo paradosso verrebbe perfettamente accettabile, quando fosse messo in bocca a Francesco che parla ai Francescani”, documentando poi l’affermazione con dei fatti. “Nessuno si sorprenderebbe – prosegue infatti Chesterton - se leggesse che frate Ginepro rincorse il ladro che gli aveva rubato il cappuccio, pregandolo di prendergli anche il saio, poiché così aveva ordinato Francesco. E tanto meno si stupirebbe di sentir narrare come il Santo avesse detto a un giovane nobile, che stava per essere ammesso tra i suoi compagni, di inseguire un bandito non per recuperare le scarpe rubate, ma per pregarlo di accettare in dono anche le calze”.
Altri capitoli del libro trattano dell’istituzione dell’Ordine Secolare Francescano, della missione dell’Assisiate in Terra Santa, delle stimmate impresse nella carne di Francesco (e della credibilità dei miracoli); infine del transito, avvenuto tra le arcate e i portici della Porziuncola, dove “calò un improvviso silenzio; e tutte le figure in saio restarono immobili, come statue di bronzo. Si era fermato quel grande cuore che non aveva avuto quiete finché non gli era stato permesso di tenere tra le mani il mondo intero”.
(Gregorio Curto – 2024-03-16)

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