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Diario di un curato di campagna
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Bernanos, Georges

Diario di un curato di campagna

Cinisello Balsamo : San Paolo, 2020

Abstract: Il giovane prete di Ambricourt, nel nord della Francia, del tutto disarmato di fronte alla noia, al disamore, all'aridità dei compaesani, affronta la sua missione di parroco spinto da una vocazione semplice e umile, che lo porterà a spendere tutto se stesso nel tentativo di avvicinare una comunità che si ostina a restargli lontana e ostile. Protagonista di questo vero classico della letteratura cristiana è «l'uomo che ha accettato una volta per sempre la terribile presenza del divino nella sua povera vita», come lo definirà lo stesso Bernanos, coinvolto in una tragica e impari lotta contro il male che dà al libro, fin dalle prime battute, una tensione drammatica destinata a crescere pagina dopo pagina.

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Utente 26700
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Scritto - com'è d'obbligo per ogni diario - in prima persona, il Diario di un curato di campagna è un quaderno nel quale l'io narrante annota quanto crede utile annotare, in modo piuttosto disordinato (e, almeno apparentemente, scrivendo di getto): fatti, progetti, riflessioni, dialoghi con persone incontrate frequentemente o occasionalmente. Il curato di campagna è un giovane sacerdote al quale è affidata la cura d'anime nella parrocchia di Abricourt, piccolo borgo della Francia settentrionale. Il diario, sul quale non è segnata neppure una data, è particolarmente caro a chi lo scrive; in più punti infatti l’io narrante confessa che lo conforta dedicare del tempo a quest’opera, che pure sottrae tempo prezioso alla sua missione di sacerdote. Nelle pagine dello scritto le riflessioni (spesso sulla debolezza del soggetto, sulla inettitudine alla preghiera e l’inadeguatezza al compito affidatogli), si intrecciano con i modesti successi della pastorale e con alcuni buoni propositi (il catechismo ai bambini, il progetto di uno spazio dove attirare i giovani). Vi sono poi documentate molte relazioni significative, causa di turbamento, ma anche stimolo a una grande fermezza nell’affermazione di una salda fede religiosa. Il giovane sacerdote incontra spesso l’anziano curato di Torcy, intrattenendosi con lui in lunghi dialoghi che vengono riportati nel diario; ingaggia un rapporto conflittuale con il conte, che lo convoca di tanto in tanto al castello, con la contessa e con la loro figlia Chantal (tre membri di una famiglia nella quale serpeggiano conflitti e odio); ha a che fare con due medici atei (il dottor Delbende e il dottor Laville), dopo esseri deciso a farsi visitare, a seguito dei gravi disturbi che lo affliggono da tempo.
La malattia accompagna infatti il curato fin dalle prime pagine del diario: non gli impedisce di svolgere il suo ministero, ma lo condiziona pesantemente, procurandogli notti insonni e suggerendogli un regime alimentare estremamente castigato (pane e vino di pessima qualità), nel quale egli si illude di trovare sollievo. Un brutto giorno, in modo scioccante, il curato, che a lungo si è creduto affetto da tubercolosi, apprende dopo la visita presso il Laville di essere affetto da una grave forma di cancro. Circostanze imprevedibili lo inducono poco dopo a chiedere ospitalità ad un suo antico compagno, il signor Dufrety, con il quale ha condiviso gli studi in seminario e la consacrazione sacerdotale. Dufrety non è più sacerdote: vive da tempo con una donna, che con grande sincerità e affetto racconta al curato la travagliata commovente storia sua e del suo compagno, affetto anch’egli da una grave malattia. Nella casa di questa “coppia irregolare” l’autore del diario si spegne serenamente, come annota nelle ultime pagine del suo scritto:
Ho amato le anime ingenuamente (credo d’altronde di non poter amare diversamente). Questa ingenuità, alla lunga, sarebbe divenuta dannosa per me e per il prossimo, lo sento; giacché ho sempre resistito molto goffamente a un’inclinazione del mio cuore così naturale, che m’è permesso crederla invincibile. Il pensiero che questa lotta sta per finire, non avendo più scopo, m’era già venuto stamane; ma allora ero pieno dello stupore in cui m’aveva messo la rivelazione del signor dottore Laville. Stupore che è entrato in me solo a poco a poco. Era un sottile filo d’acqua limpida; e adesso straripa dall’anima, mi riempie di freschezza. Silenzio e pace. Oh! Beninteso, nel corso delle ultime settimane, degli ultimi mesi che Dio mi lascerà, per tutto il tempo in cui potrò conservare il peso d’una parrocchia, cercherò, come un tempo, d’agire con prudenza. Ma infine avrò meno preoccupazione per l’avvenire, lavorerò per il presente. Questa specie di lavoro mi sembra proporzionato alla mia misura, alle mie capacità. Poiché io non riesco bene che nelle piccole cose; così spesso provato dall’inquietudine, debbo riconoscere che trionfo nelle piccole gioie.
(Gregorio Curto_2021-08-19)

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