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Ho fatto tutto per essere felice
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BARDAZZI, Marco

Ho fatto tutto per essere felice

Milano : BUR Rizzoli, 2021

Abstract: In un giorno di maggio del 1999, settemila persone affollarono la basilica di San Petronio a Bologna e la piazza antistante per dare un ultimo saluto a Enzo Piccinini, chirurgo dell'ospedale Sant'Orsola scomparso tragicamente a 48 anni. Ma chi era questo giovane medico che era stato in grado di lasciare così profondamente il segno in talmente tante vite? Chirurgo sui generis per gli anni in cui si avvia alla professione, Piccinini crede fermamente nella necessità di occuparsi dei pazienti in tutta la loro umanità: preoccupandosi dei loro affetti e aiutandoli di fronte al dolore e al timore della morte, come parte del proprio mandato. Una convinzione nata durante gli studi, destinata a crescere negli anni attraverso l'amicizia con Luigi Giussani e l'impegno nel movimento di Comunione e Liberazione, che lo porta ad accostare all'attività medica, riconosciuta nel mondo, un instancabile lavoro di educazione e testimonianza per i più giovani. Oggi, la sua opera vive in una scuola di medici e ricercatori ispirati dal "metodo Enzo", e nelle persone che lo hanno conosciuto e ancora portano il segno di quell'incontro. Una vita unica, che ha portato la Chiesa a proclamarlo "servo di Dio" e ad avviare un processo di canonizzazione. "Ho fatto tutto per essere felice" è un racconto emozionante che insegna cosa significa vivere, come diceva Enzo, "mettendo il cuore in quello che si fa".

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“Come può restare unita la mia vita tra casa e ospedale, con mia moglie, con la gente che mi vuole bene e quella che mi vuole male? Come tutto questo può essere unito con le mattine in cui vado a lavorare e trovo quell’ambiente così teso che si sta male solo a vederlo?”. Enzo Piccinini pronuncia queste parole venerdì 12 marzo 1999, in una delle tante conferenze che lo portano in diverse città a trattare del malato e della santità e a dare la sua testimonianza di uomo rigenerato dalla fede cristiana. “La vita è unita se si mette il cuore in quel che si fa”, prosegue; e poco prima ha detto: “ho fatto tutto per essere felice”. Il libro di Marco Bardazzi ci presenta la breve intensissima vita del dottor Piccinini attraverso le sue stesse parole, le testimonianze di molti colleghi e amici di Enzo, i fatti documentati dall’impronta lasciata dall’uomo e dal medico in chi lo ha incontrato e in opere suscitate dalla sua intraprendenza.
Enzo nasce a Scandiano il 5 giugno del 1951. Da studente trascorre alcuni anni in un collegio dei Servi di Maria; in seguito, da liceale, lo si ritrova lontano dal cristianesimo e vicino ai giovani di estrema sinistra che a Reggio Emilia si incontrano in uno stabile al n.25 di Via Emilia San Pietro; è profondamente segnato dalla tragica scomparsa del fratello Sergio, avvenuta nel 1965. A Reggio Emilia Enzo fa però anche un altro incontro, decisivo per la sua vita: quello con Giovanni Riva e gli amici di One Way, una associazione vicina a Gioventù Studentesca, il movimento ecclesiale fondato da don Giussani; matura nel frattempo anche il suo affetto per Fiorisa, la compagna di classe che sposa nel 1973, mentre è impegnato da universitario nella facoltà di medicina, fino alla laurea che consegue il 5 novembre del 1976. Una lettera a Fiorisa del 27 luglio 1970 dà ragione del fascino esercitato su Enzo dai giovani di One Way. Scrive alla fidanzata il giovanissimo Piccinini: “Ballano, pregano, fanno propaganda e vendono libri. Anche se non li conoscete personalmente tutti, potete andare a colpo sicuro: non tanto perché portano generalmente barbe, baffi, giacche a vento, che non sono certo, oggi, un distintivo ma una divisa, ma perché hanno in volto un’inconfondibile espressione che sta tra l’ilarità, il candore e la frenesia attivistica. […] Se, passando per piazza San Prospero o per qualche viuzza del centro, vedete frotte di ragazzi e ragazze ballare in circolo al suono di chitarra, non potete sbagliare: sono ‘One Way’. E sono sempre loro quelli che pregano o leggono salmi, seduti sul marciapiede vicino al cancello di una scuola”.
L’attività professionale di Enzo assume da subito un ritmo vorticoso. Sceglie come specialità la chirurgia, impegnato dapprima a Modena, poi al Sant’Orsola di Bologna, dove raccoglie intorno sé una equipe di giovani che forma a un suo metodo di lavoro, improntato tanto al rigore della scienza quanto all’attenzione al paziente e al suo bisogno totale, che non è solo soltanto quello della guarigione dalla malattia. Significativi a questo proposito sono i molti casi nei quali Enzo ha saputo confortare i suoi pazienti inguaribili, accompagnandoli nell’ultimo tratto della loro vita, avendo anche grande attenzione alle famiglie che perdevano un loro caro.
L’aggiornamento professionale si è compiuto per Enzo soprattutto con i diversi periodi trascorsi negli Stati Uniti d’America, dapprima a Boston al Massachussets General Hospital, poi in Florida, a Tampa. Pionieristico l’arrivo a Boston, dove Enzo arriva con una conoscenza imperfetta dell’inglese, trovando la città imbiancata dalla neve. Ma nulla può fermarlo né impedirgli di dare a chi incontra la sua testimonianza di una “vita unita”. È un leader, ma sempre disposto ad imparare dagli altri; per questo invia ad aggiornarsi negli USA anche altri medici della sua equipe e familiarizza con persone dal temperamento molto diverso dal suo, come accade con il sassofonista Maurizio Carugo. Questi ha un impatto un po’ aspro con Enzo, che presume di essere un buon batterista e non apprezza il talento musicale di Carugo; ma presto i due si riconciliano e il sassofonista può permettersi di qualificare scherzosamente Enzo come “batterista fallito ma amico riuscito”.
L’unità della vita del chirurgo è documentata anche dal suo affetto per Fiorisa e per i quattro figli (Chiara, Maria, Pietro, Anna Rita), non meno che dall’intensa attività che Enzo svolge come responsabile di Comunione e Liberazione, in uno stretto rapporto con don Giussani. Molte le testimonianze che l’autore del libro porta a questo proposito, raccontando del rifiorire di Comunità in difficoltà o addirittura divise, non solo nell’ambiente universitario, sempre in un clima di cordialità e di attenzione alla persona. Ilare e significativa a questo proposito la testimonianza di Alberto Savorana, che ricorda la passione sfrenata di Enzo per il calcio giocato: “Con me era successo qualcosa di strano perché mi accettava nonostante non fossi un gran che a giocare al calcio. Mi teneva in campo come terzino sinistro, in una posizione un po’ innocua. Siccome non ero bravo, lui all’inizio di ogni partita mi veniva vicino e diceva sempre la stessa cosa: ‘Alberto, quando tu hai la palla, spazza!’. Il compito era quello: ‘spazza!’. Non dovevo scartare, siccome ero forte di gamba, appena arrivava la palla io spazzavo via”.
Enzo Piccinini muore in un incidente stradale il 26 maggio 1999, sull’autostrada A1, nei pressi di Fidenza, mentre tornava a casa dopo aver tenuto un incontro al San Raffaele di Milano. Ha segnato la vita di molte persone e lasciato la sua impronta nei medici che hanno lavorato con lui, nei molti pazienti ed altre persone che lo hanno incontrato, in opere nate da lui o a lui ispirate come la scuola La Carovana, l’Associazione Medicina e persona, la struttura di accoglienza Casa Novella di Castel Bolognese.
(Gregorio Curto_2021-07-23)

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