Vedi tutti

Gli ultimi messaggi del Forum

Il segreto di Pietramala / Andrea Moro

Elia Rameau, io narrante dell'imprevedibile avventura che costituisce la trama del romanzo, è un linguista di circa trent'anni, inviato dalla Società per la quale lavora in uno sperduto paesino della Corsica, chiamato Pietramala. Scopo della missione affidatagli è raccogliere informazioni sull'idioma che lì si parla, per completare i dati necessari alla pubblicazione di un certo atlante linguistico. Il viaggio, con partenza da Parigi, si rivela estremamente difficile per Elia, che raggiunge Pietramala solo dopo aver percorso un impervio sentiero sotto una pioggia torrenziale. La sorpresa e il disappunto crescono poi a dismisura quando Rameau trova il paesino totalmente disabitato, anzi abbandonato da molto tempo, a giudicare dallo stato di degrado dei fabbricati. A Pietramala non si trova per altro nessuna traccia di lingua scritta, ad eccezione di una insignificante successione di una cinquantina di lettere capitali incise nell'arco di un portale, dove sono chiaramente leggibili anche i numeri 1721-1723. Il mistero si infittisce poi ulteriormente quando Elia visita il cimitero del paese notando la totale assenza tombe di bambini. L'avventura prosegue poi per il linguista con la consolazione di qualche spiraglio di luce, grazie all'incontro con Clara Maria (una giovane corsa tenera e graziosa), il ritrovamento di un canto nell'estinta lingua di Pietramala, le informazioni ricevute su un collega newyorchese di nome Shannon, che Elia decide di andare a trovare trasferendosi per qualche tempo a Manhattan. Riuscirà il protagonista del romanzo a risolvere il mistero della scomparsa lingua di Pietramala?
Il protagonista del romanzo si fa conoscere rievocando a tratti eventi del suo passato, come la perdita dei genitori quando era ancora bambino, la protezione e l’aiuto avuti da una facoltosa “Signora”, la passione e i dilemmi legati alla professione di linguista, che fanno affiorare a tratti vere crisi di identità. In diverse circostanze emergono poi tratti originali del suo fisico o del suo temperamento, come la mano sinistra con sei dita o l’essere affetto da “escatofobia”, tanto da non poter gustare i pasti se non in una successione inversa delle portate.
Dall’arrivo di Rameau a Manhattan la vicenda si colora sempre più di toni gialli, mitigati solo dalla conoscenza e dall’amicizia che il protagonista strine con Calibano e Ariel, una coppia di giovani attori, impegnati nelle prove per la messa in scena del dramma La Tempesta di Shakespeare.
La passione per le lingue e la vivacità della mente dell’io narrante si notano bene nel modo in cui egli osserva la realtà ed esprime i suoi sentimenti, ricorrendo spesso a metafore e similitudini. Ecco, ad esempio, la riflessione suscitatagli da un semplice “mi fido” pronunciato a un taxista, incontrato occasionalmente:
"Ci sono momenti in cui sputiamo fuori parole che contengono soluzioni, senza accorgerci che sono soluzioni. Le soluzioni, infatti, non vengono sempre partorite da atti coscienti; si generano e maturano tra scatti di consapevolezza emersi quando non te li aspetti in momenti inerti; affiorano e all’improvviso riscappano, appena cerchi di afferrarle, come pesci in uno stagno poco profondo; le coviamo nella mente tra pensieri infestanti e poi un giorno, magari nelle parole svogliate dette a un taxista, si presentano enormi e sorprendenti, al pari di nuvole sontuose in un cielo d’estate, come qualcosa che non è davvero nostro. 'Mi fido', gli avevo appena detto. 'Mi fido', ripetei senza farmi sentire, sussurrando".
(Gregorio Curto_2021-09-24)

C'è speranza? - Julian Carron

“Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Con queste parole inizia la riflessione di J. Carron nel volume C’è speranza? Il fascino della scoperta, dove le sfide dei nostri giorni (particolarmente quelle legate alla pandemia di Covid-19) si intrecciano con le domande fondamentali dell’uomo di ogni tempo, relative al senso della vita, al perché della sofferenza, alla ricerca della verità.
Il primo capitolo documenta lo smarrimento dell’individuo posto davanti alla paura del contagio e della morte e i diversi modi di reagire a questa paura: si può infatti reagire con l’ingenuo ottimismo di chi pensa che “andrà tutto bene”, confidando nei vaccini o in qualche altra scoperta della scienza; altri reagiscono all’opposto minimizzando o negando i danni della pandemia o buttandosi nell’attivismo, nel frastuono o nella distrazione. Ciò che è più consono alla natura umana è in realtà una posizione di apertura, nella quale si possa riconoscere un bene, anche quando ci raggiunge nascosto in una dura prova, e soprattutto si voglia attendere qualcosa (o Qualcuno). Significativa a questo proposito una citazione di Simone Weil: “I beni preziosi non devono essere cercati ma attesi. L’uomo infatti non può trovarli con le sue sole forze, e se si mette a cercarli troverà al loro posto dei falsi beni di cui non saprà neppure riconoscere la falsità”. Altra citazione nodale nello sviluppo della riflessione è quella tratta dalla poesia di Eugenio Montale Prima del viaggio: “Un imprevisto è la sola speranza, ma mi dicono ch’è una stoltezza dirselo”.
L’imprevisto è però realmente accaduto nella persona di Gesù di Nazaret, che si è proclamato Dio stesso, venuto tra gli uomini. Non ci sarà perciò nulla di più ragionevole che verificare questa ipotesi, cioè indagare se la testimonianza di Gesù - e quella dei suoi primi discepoli che gli hanno creduto e l’hanno fatta arrivare sino a noi - sia credibile. L’autore indaga quindi sulla “credibilità del testimone”, cioè su quando sia ragionevole fidarsi di una persona fino al punto di seguirla, di obbedirgli, come è stato per i discepoli nei confronti di Gesù di Nazaret, e suggerisce un metodo: dare spazio e tempo a quel rapporto. Così hanno fatto i discepoli del Nazareno (non le folle, volubili nell’ascoltare il Maestro solo per un tornaconto superficiale, come l’essere saziati dai pani miracolosamente moltiplicati); così è possibile per ciascuno di noi, nell’incontrare la Chiesa, cioè la Comunità dei credenti che non è altro se non il prolungamento della presenza del Cristo nella storia.
Il fondamento della speranza – prosegue l’autore – è la fede, la cui saldezza si dimostra proprio nel come ci si pone davanti alle prove e alle sfide della vita. Chi ha fede salda non è infatti affossato dalle avversità e affronta ogni situazione dando testimonianza di una letizia indistruttibile, che non rimane nascosta e “contagia” come un virus benefico, con modalità assolutamente imprevedibili, familiari, amici, conoscenti, perfino sconosciuti che si sono incontrati occasionalmente.
Nell’ultimo capitolo del libro l’autore documenta tutto questo leggendo diverse lettere che gli sono state recapitate da persone messe a dura prova dalle circostanze: “la speranza non delude” quando si è posti davanti alle sfide estreme: la morte, la sofferenza, il male, l’incertezza del futuro.
Commovente più di ogni altra la testimonianza di una donna affetta dal novembre 2019 da un tumore molto aggressivo in stato già avanzato. Scrive: “Ho accettato la sfida di verificare l’ipotesi prospettatami, vale a dire che Cristo non mi aveva abbandonato ed era con me in quella circostanza. I frutti di grazia non hanno tardato ad arrivare ... Perfino il dolore, quello fisico e più acuto, che fa paura e mostra tutta la nostra fragilità, non è stato un ostacolo. Ho cominciato ad amare le circostanze, a svegliarmi la mattina accogliendo la giornata con l’entusiasmo di un bambino che aspetta dai genitori un regalo tanto desiderato”. Poi racconta della signora ricoverata nel letto a fianco, di una vera amicizia nata con lei; un’amicizia che continua anche dopo le dimissioni di entrambe dall’ospedale, fino all’ultimo respiro dell’amica. “Ho deciso di andarla a trovare a casa… Dopo essere usciti da casa sua, abbiamo cercato la chiesa più vicina, e il prete ha accettato di andare da lei il giorno successivo per la Confessione, la Comunione e l’Unzione degli infermi. Due giorni dopo è morta. Nei giorni successivi ho scritto al suo compagno, dicendogli di essere stata grata per averla incontrata e certa che fosse morta ‘in grazia di Dio’ e in pace. Lui mi ha risposto che negli ultimi momenti era incosciente, ma prima di morire aveva aperto gli occhi, aveva sorriso e se ne rea andata in pace”.
(Gregorio Curto_2021-09-14)

Biglietti agli amici / Pier Vittorio Tondelli ; a cura di Fulvio Panzeri

La lettura del libro, un insieme di biglietti e pensieri, può essere portata a termine in breve termine. Scorrevole, piacevole e - talvolta- intenso. L’insufficiente conoscenza dell’autore, e la conseguente impossibilità di contestualizzare l’insieme di lettere, non ha permesso di apprezzare pienamente la lettura.

Diario di un curato di campagna - Georges Bernanos

Scritto - com'è d'obbligo per ogni diario - in prima persona, il Diario di un curato di campagna è un quaderno nel quale l'io narrante annota quanto crede utile annotare, in modo piuttosto disordinato (e, almeno apparentemente, scrivendo di getto): fatti, progetti, riflessioni, dialoghi con persone incontrate frequentemente o occasionalmente. Il curato di campagna è un giovane sacerdote al quale è affidata la cura d'anime nella parrocchia di Abricourt, piccolo borgo della Francia settentrionale. Il diario, sul quale non è segnata neppure una data, è particolarmente caro a chi lo scrive; in più punti infatti l’io narrante confessa che lo conforta dedicare del tempo a quest’opera, che pure sottrae tempo prezioso alla sua missione di sacerdote. Nelle pagine dello scritto le riflessioni (spesso sulla debolezza del soggetto, sulla inettitudine alla preghiera e l’inadeguatezza al compito affidatogli), si intrecciano con i modesti successi della pastorale e con alcuni buoni propositi (il catechismo ai bambini, il progetto di uno spazio dove attirare i giovani). Vi sono poi documentate molte relazioni significative, causa di turbamento, ma anche stimolo a una grande fermezza nell’affermazione di una salda fede religiosa. Il giovane sacerdote incontra spesso l’anziano curato di Torcy, intrattenendosi con lui in lunghi dialoghi che vengono riportati nel diario; ingaggia un rapporto conflittuale con il conte, che lo convoca di tanto in tanto al castello, con la contessa e con la loro figlia Chantal (tre membri di una famiglia nella quale serpeggiano conflitti e odio); ha a che fare con due medici atei (il dottor Delbende e il dottor Laville), dopo esseri deciso a farsi visitare, a seguito dei gravi disturbi che lo affliggono da tempo.
La malattia accompagna infatti il curato fin dalle prime pagine del diario: non gli impedisce di svolgere il suo ministero, ma lo condiziona pesantemente, procurandogli notti insonni e suggerendogli un regime alimentare estremamente castigato (pane e vino di pessima qualità), nel quale egli si illude di trovare sollievo. Un brutto giorno, in modo scioccante, il curato, che a lungo si è creduto affetto da tubercolosi, apprende dopo la visita presso il Laville di essere affetto da una grave forma di cancro. Circostanze imprevedibili lo inducono poco dopo a chiedere ospitalità ad un suo antico compagno, il signor Dufrety, con il quale ha condiviso gli studi in seminario e la consacrazione sacerdotale. Dufrety non è più sacerdote: vive da tempo con una donna, che con grande sincerità e affetto racconta al curato la travagliata commovente storia sua e del suo compagno, affetto anch’egli da una grave malattia. Nella casa di questa “coppia irregolare” l’autore del diario si spegne serenamente, come annota nelle ultime pagine del suo scritto:
Ho amato le anime ingenuamente (credo d’altronde di non poter amare diversamente). Questa ingenuità, alla lunga, sarebbe divenuta dannosa per me e per il prossimo, lo sento; giacché ho sempre resistito molto goffamente a un’inclinazione del mio cuore così naturale, che m’è permesso crederla invincibile. Il pensiero che questa lotta sta per finire, non avendo più scopo, m’era già venuto stamane; ma allora ero pieno dello stupore in cui m’aveva messo la rivelazione del signor dottore Laville. Stupore che è entrato in me solo a poco a poco. Era un sottile filo d’acqua limpida; e adesso straripa dall’anima, mi riempie di freschezza. Silenzio e pace. Oh! Beninteso, nel corso delle ultime settimane, degli ultimi mesi che Dio mi lascerà, per tutto il tempo in cui potrò conservare il peso d’una parrocchia, cercherò, come un tempo, d’agire con prudenza. Ma infine avrò meno preoccupazione per l’avvenire, lavorerò per il presente. Questa specie di lavoro mi sembra proporzionato alla mia misura, alle mie capacità. Poiché io non riesco bene che nelle piccole cose; così spesso provato dall’inquietudine, debbo riconoscere che trionfo nelle piccole gioie.
(Gregorio Curto_2021-08-19)

Il grande Gualino - Giorgio Caponetti

Libro bellissimo!!!
Scelto così per curiosità per capire chi era questo personaggio e ne sono stata affascinata.
Grande imprenditore e collezionista d'arte del novecento un uomo avanti con i tempi
Peccato che la storia questi personaggi non li mette in risalto
Lo consiglio

R: Cattiva maestra televisione / Karl R. Popper, John Condry ; introduzione di Giancarlo Bosetti ; a cura di Francesco Erbani

Devo in qualche modo rettificare a onor del vero il mio precedente commento: avevo criticato Karl Popper dicendo di essere un po' anacronistico ma In realtà mi sbagliavo ; televisione cattiva maestra è assolutamente un tema attualissimo; più che mai di questi tempi ci rendiamo conto di quanto la televisione possa influenzare le decisioni delle persone, l'umore delle persone, lo stato d'animo, lo stato di angoscia, di come possano essere pilotate anche le opinioni delle persone! Può essere assolutamente uno strumento di propaganda formidabile.

Ho fatto tutto per essere felice - Marco Bardazzi

“Come può restare unita la mia vita tra casa e ospedale, con mia moglie, con la gente che mi vuole bene e quella che mi vuole male? Come tutto questo può essere unito con le mattine in cui vado a lavorare e trovo quell’ambiente così teso che si sta male solo a vederlo?”. Enzo Piccinini pronuncia queste parole venerdì 12 marzo 1999, in una delle tante conferenze che lo portano in diverse città a trattare del malato e della santità e a dare la sua testimonianza di uomo rigenerato dalla fede cristiana. “La vita è unita se si mette il cuore in quel che si fa”, prosegue; e poco prima ha detto: “ho fatto tutto per essere felice”. Il libro di Marco Bardazzi ci presenta la breve intensissima vita del dottor Piccinini attraverso le sue stesse parole, le testimonianze di molti colleghi e amici di Enzo, i fatti documentati dall’impronta lasciata dall’uomo e dal medico in chi lo ha incontrato e in opere suscitate dalla sua intraprendenza.
Enzo nasce a Scandiano il 5 giugno del 1951. Da studente trascorre alcuni anni in un collegio dei Servi di Maria; in seguito, da liceale, lo si ritrova lontano dal cristianesimo e vicino ai giovani di estrema sinistra che a Reggio Emilia si incontrano in uno stabile al n.25 di Via Emilia San Pietro; è profondamente segnato dalla tragica scomparsa del fratello Sergio, avvenuta nel 1965. A Reggio Emilia Enzo fa però anche un altro incontro, decisivo per la sua vita: quello con Giovanni Riva e gli amici di One Way, una associazione vicina a Gioventù Studentesca, il movimento ecclesiale fondato da don Giussani; matura nel frattempo anche il suo affetto per Fiorisa, la compagna di classe che sposa nel 1973, mentre è impegnato da universitario nella facoltà di medicina, fino alla laurea che consegue il 5 novembre del 1976. Una lettera a Fiorisa del 27 luglio 1970 dà ragione del fascino esercitato su Enzo dai giovani di One Way. Scrive alla fidanzata il giovanissimo Piccinini: “Ballano, pregano, fanno propaganda e vendono libri. Anche se non li conoscete personalmente tutti, potete andare a colpo sicuro: non tanto perché portano generalmente barbe, baffi, giacche a vento, che non sono certo, oggi, un distintivo ma una divisa, ma perché hanno in volto un’inconfondibile espressione che sta tra l’ilarità, il candore e la frenesia attivistica. […] Se, passando per piazza San Prospero o per qualche viuzza del centro, vedete frotte di ragazzi e ragazze ballare in circolo al suono di chitarra, non potete sbagliare: sono ‘One Way’. E sono sempre loro quelli che pregano o leggono salmi, seduti sul marciapiede vicino al cancello di una scuola”.
L’attività professionale di Enzo assume da subito un ritmo vorticoso. Sceglie come specialità la chirurgia, impegnato dapprima a Modena, poi al Sant’Orsola di Bologna, dove raccoglie intorno sé una equipe di giovani che forma a un suo metodo di lavoro, improntato tanto al rigore della scienza quanto all’attenzione al paziente e al suo bisogno totale, che non è solo soltanto quello della guarigione dalla malattia. Significativi a questo proposito sono i molti casi nei quali Enzo ha saputo confortare i suoi pazienti inguaribili, accompagnandoli nell’ultimo tratto della loro vita, avendo anche grande attenzione alle famiglie che perdevano un loro caro.
L’aggiornamento professionale si è compiuto per Enzo soprattutto con i diversi periodi trascorsi negli Stati Uniti d’America, dapprima a Boston al Massachussets General Hospital, poi in Florida, a Tampa. Pionieristico l’arrivo a Boston, dove Enzo arriva con una conoscenza imperfetta dell’inglese, trovando la città imbiancata dalla neve. Ma nulla può fermarlo né impedirgli di dare a chi incontra la sua testimonianza di una “vita unita”. È un leader, ma sempre disposto ad imparare dagli altri; per questo invia ad aggiornarsi negli USA anche altri medici della sua equipe e familiarizza con persone dal temperamento molto diverso dal suo, come accade con il sassofonista Maurizio Carugo. Questi ha un impatto un po’ aspro con Enzo, che presume di essere un buon batterista e non apprezza il talento musicale di Carugo; ma presto i due si riconciliano e il sassofonista può permettersi di qualificare scherzosamente Enzo come “batterista fallito ma amico riuscito”.
L’unità della vita del chirurgo è documentata anche dal suo affetto per Fiorisa e per i quattro figli (Chiara, Maria, Pietro, Anna Rita), non meno che dall’intensa attività che Enzo svolge come responsabile di Comunione e Liberazione, in uno stretto rapporto con don Giussani. Molte le testimonianze che l’autore del libro porta a questo proposito, raccontando del rifiorire di Comunità in difficoltà o addirittura divise, non solo nell’ambiente universitario, sempre in un clima di cordialità e di attenzione alla persona. Ilare e significativa a questo proposito la testimonianza di Alberto Savorana, che ricorda la passione sfrenata di Enzo per il calcio giocato: “Con me era successo qualcosa di strano perché mi accettava nonostante non fossi un gran che a giocare al calcio. Mi teneva in campo come terzino sinistro, in una posizione un po’ innocua. Siccome non ero bravo, lui all’inizio di ogni partita mi veniva vicino e diceva sempre la stessa cosa: ‘Alberto, quando tu hai la palla, spazza!’. Il compito era quello: ‘spazza!’. Non dovevo scartare, siccome ero forte di gamba, appena arrivava la palla io spazzavo via”.
Enzo Piccinini muore in un incidente stradale il 26 maggio 1999, sull’autostrada A1, nei pressi di Fidenza, mentre tornava a casa dopo aver tenuto un incontro al San Raffaele di Milano. Ha segnato la vita di molte persone e lasciato la sua impronta nei medici che hanno lavorato con lui, nei molti pazienti ed altre persone che lo hanno incontrato, in opere nate da lui o a lui ispirate come la scuola La Carovana, l’Associazione Medicina e persona, la struttura di accoglienza Casa Novella di Castel Bolognese.
(Gregorio Curto_2021-07-23)